lunedì 27 marzo 2017

In de Vrede, i tre prodigi di Westvleteren

In de Vrede è tappa obbligata se si è nelle zone di Poperinge, verso i confini occidentali con la Francia.
La domenica mattina alle ore 10 il locale, attiguo all'abbazia di St. Sixtus, è già aperto.
L'abbazia appare in lontananza quasi moderna ed austera, a pochi passi da questo luogo tempio delle birre che vanno sotto lo stesso nome della località dove è ubicato, ovvero Westvleteren, area ovest dell'abitato di Vleteren.


La loro storia parte da lontano, con dei monaci provenienti dall'abbazia di Mont de Cats (quella sorta di beer firm dei trappisti) che fondano l'abbazia ed iniziano a produrre birra nel 1839, aprendo poi nel 1871 la vendita all'esterno.
I fermentatori in legno a vasca aperta vengono sostituiti con quelli in acciaio (ancora a vasca aperta) nel 1968, mentre nel 1989 si passa all'acciaio anche per l'impianto di produzione, abbandonando il rame.

lunedì 20 marzo 2017

De Glazen Toren, l'eccellenza della semplicità

La visita da De Glazen Toren arriva dopo il primo risveglio in terra belga.
Da Bruges ci dirigiamo verso l'interno, in direzione di Erpe-Mere, all'indirizzo Glazentorenweg, ovvero via della torre di vetro. A sua volta, curiosamente, la via prende il nome da un antico bordello esistente in passato.


Ci attende Mark De Neef, collaboratore di Jef van den Steen, i quali con Dirk De Pauw hanno avviato questo birrificio solo nel 2004.
Il passato da giornalista birrario e produttore casalingo di Jef è noto, rafforzato da corsi tecnici professionali a cui anche Mark ha partecipato.
De Glazen Toren è ormai un classico dei produttori di qualità del Belgio. E questo nonostante la ancor tenera età e le dimensioni dell'impianto produttivo.
Quando si entra ci si rende conto che davvero si sta stretti qui. La sala cottura è da 20 hl, i fermentatori sembrano sì numerosi ma non come ci si aspetta.
Ciò che colpisce è che che la cotta qui si fa solamente il giovedì ed il sabato è destinato all'imbottigliamento. Un impianto che potrebbe essere ulteriormente sfruttato ma che per capacità della cantina non può aumentare la frequenza di produzione.

giovedì 16 marzo 2017

Berekeller

Certe idee partono da semplici spunti, che poi si arricchiscono di esperienze e si ingrandiscono a tal punto da diventare proposte e collaborazioni.
Ed è così che è nato questo percorso che ha portato me e Michele Solimando, birraio del birrificio Ebers, a partorire questa birra.
L'esperienza in Franconia di quel magico settembre 2015 mi ha decisamente lasciato affascinato dalle keller, e la cosa è ben evidente a giudicare dalla mole di post che ho poi scritto a proposito.
Lo stesso è accaduto per Michele, complice un viaggio a Bamberga e dintorni durante lo scorso anno.
Inutile negare l'effetto deflagrante che per entrambi ha avuto Birra in Franconia di Manuele Colonna, ormai vera e propria bibbia sul tema e vera miccia di questo nostro interesse.


Tornato dal viaggio, la voglia di rituffarsi in quei sapori maltati e rustici era talmente forte che mi impegnai per buttare giù una ricetta e produrmela in casa.
I risultati non furono male, anzi, rimasi abbastanza sorpreso dall'aver colto certi aspetti organolettici a furia di bere birre in stile keller e nell'aver saputo ricreare in parte certe alchimie tra malti e lievito, pur non possedendo un ceppo specifico nè particolari segreti tecnici che solo quei piccoli birrifici tradizionali custodiscono.
Mi ritrovai, poi, a parlarne ampiamente in un articolo realizzato per un numero di Fermentobirra Magazine dello scorso anno, nonostante la mia fosse solo una possibile interpretazione (seppur discretamente riuscita) su come avvicinarsi a queste birre.

lunedì 13 marzo 2017

Dupont, nel tempio delle Saison

La visita da Dupont è una di quelle occasioni che attendi da tempo.
Non è il classico microbirrificio, piccolo e familiare, che si è soliti seguire con ingenua curiosità: qui siamo al cospetto di un grande produttore, ma che ha segnato profondamente la storia delle saison, non solo in Belgio ma in tutto il mondo.
Tuttavia il tour all'interno del birrificio, prenotato per tempo con una guida in inglese, è stato molto istruttivo.
Non solo a livello di nozioni storiche, ma soprattutto per quanto ho visto con i miei stessi occhi tra sala cottura e sala fermentazione.


La guida ci introduce la storia del birrificio, che parte con Louis Dupont, agronomo in procinto di partire per trasferirsi in Canada. Il padre, Alfred Dupont, per dissuaderlo dall'idea, compra per lui una fattoria con produzione di birra, il birrificio Rimaux-Deriffer, risalente al 1759, noto per la produzione di saison e birre al miele. Nel 1945 Louis Dupont, senza eredi, intesta il birrificio alla sua nipote Sylva Rosier, ingegnere birrario. Sylva lavora in birrificio con suo figlio, Marc Rosier, il quale porta avanti la produzione dal 1964 al 2002, e con sua figlia Claude. Oggi figli e nipoti di Sylva Rosier sono gli attuali proprietari del birrificio. In particolare, il nipote Oliver Dedeycker, che cominciò a lavorare come ingegnere birrario nel 1990, dal 2002 sostituisce Marc Rosier, suo zio, come direttore del birrificio ed è quindi la quarta generazione a portarlo avanti consecutivamente.


La guida ci porta all'interno dell'impianto e comincia a parlarci delle vendite, molto concentrate sul solo mercato locale fino al 1986 con una produzione di 4000 hl/anno. Nel corso degli anni la produzione aumenta leggermente, portandosi a 7000 hl/anno solo nel 2002.
Ora, nel 2016, si parla di circa 25000 hl/anno, con circa metà dei volumi venduti all'estero (soprattutto USA).

venerdì 3 marzo 2017

Cnudde e le sue Oud Bruin

Una lunga serie di post su questo ultimo viaggio in Belgio non può che cominciare dall'inizio.
Primo luogo di ristoro che con i compagni di viaggio abbiamo previsto era la cittadina di Oudenaarde. Le Fiandre erano obiettivo del viaggio, per cui si voleva un qualcosa di autentico del posto.

Il pensiero è andato subito verso le Oud Bruin, motivo per cui visitare uno dei pochi birrifici che facesse ancora questi stili era fondamentale.
La contrapposizione delle Oud Bruin con le Red Flemish si muove su diversi fronti. Partiamo da un discorso geografico, visto che le Oud Bruin (quelle "brune") vengono prodotte storicamente nella zona delle Fiandre Orientali nei dintorni di Oudenaarde e sono caratterizzate dall'utilizzo di fermentatori in acciaio, da fermentazioni tramite batteri lattici e di far risaltare più la parte maltata.
Discorso diverso per le Red Flemish (quelle "rosse"), che vengono prodotte nelle Fiandre Occidentali nei dintorni di Roeselare e sono caratterizzate dall'utilizzo di botti di legno, da fermentazioni tramite batteri lattici, acetici e lieviti selvaggi e dove risalta maggiormente il carattere vinoso ed acetico.
Qualcuno sostiene che anche le Oud Bruin un tempo utilizzassero il legno (visto che l'acciaio è piuttosto recente, in effetti). Tra l'altro, pare che non nascano come birre da blendare con altre birre giovani, ma che siano birre lasciate a maturare ed imbottigliate in purezza (mentre le Red Flemish vengono blendate, vedasi tutta la produzione di Rodenbach).
A gettare altra confusione ci pensano altri due contributi.
Michael Jackson afferma: "the Old Browns traditionally are blends of young and old beers. This is also true of several similar beers with a redder colour that are made mainly in West Flanders." (The Great Beers of Belgium).
E Jeff Sparrow conferma: "The distinction between the beers of East and West Flanders is a modern concept. Blending of young and aged beer defines both styles, but West Flanders red beers are matured in oaken casks, while the brown beers mature in stainless steel tanks." (Brew like a Monk).


Scartando alcuni nomi più lanciati verso una produzione industriale (Liefmans), l'occhio è caduto quindi sulla cittadina di Oudenaarde, in particolare sulla frazione di Eine e sulla Brouwerji Cnudde, che pare sia proprio l'ultimo produttore a non blendare le Oud Bruin.

mercoledì 22 febbraio 2017

Il mio esame BJCP

Smaltiti viaggio ed impegni lasciati per strada, posso dedicarmi a raccontare quella che è stata una esperienza del tutto unica, ovvero l'esame pratico per giudice riconosciuto dal BJCP.

Riavvolgo il nastro: grazie al supporto di MoBI e di Gianriccardo Corbo, finora unico membro BJCP italiano, è stata organizzata la prima occasione italiana per diventare giudici riconosciuti del Beer Judge Certification Program, l'organizzazione americana che detta quelle che sono riconosciute come linee guida mondiali degli stili birrari e che ispira anche diversi concorsi internazionali pro ed homebrewed.
Il primo passo era sostenere un esame teorico, online: 180 domande in 90 minuti, in inglese.
Ho fatto questo esame a settembre, studiando quasi per tutto il mese di agosto, e l'ho superato.
Questo mi ha dato la possibilità di accedere alla seconda fase, e cioè quella dell'esame pratico di degustazione, fissato per la prima volta in Italia per lo scorso 19 febbraio.
Si svolgeva a Rimini all'interno della fiera in occasione del Beer Attraction 2017.


Siamo stati in 12 ad averlo sostenuto.
Spiego in breve in cosa consiste: si tratta di degustare e descrivere (in inglese, anche se è stata prevista anche la possibilità di sostenerlo in italiano) ben 6 birre compilando le schede di degustazione ufficiali BJCP. Il tempo a disposizione è di 15 minuti per birra, senza pause tra una birra e l'altra, per cui alla fin dei conti vuol dire 90 minuti di esame.


Insieme agli esaminati l'organizzazione invia due proctor, ovvero due giudici che compilano anch'essi le schede come se dovessero anche loro l'esame: all'oscuro di che birra si tratti e senza alcuna altra informazione. Le loro valutazioni saranno quindi tenute di riferimento nella valutazione degli esaminati.

lunedì 13 febbraio 2017

Ancora Belgio: la mia tabella di marcia

Sono passati degli anni da quando sono stato in Belgio.
Mi concentrai sulle città, visitando Bruxelles, Bruges e Gent, bevendo il possibile nei luoghi di culto per la buona birra.
Ora sto per tornarci, con un gruppo folto di amici appassionati.
Stavolta sarà occasione di fare un bel giro attraversando il Belgio in lungo ed in largo. Inizialmente si pensava alle sole Fiandre, ma come si sa...l'interesse è tanto e la voglia di sfruttare al massimo le giornate, pure.




lunedì 6 febbraio 2017

Nuovi birrifici pugliesi: Daniel's, Aleph ed Eclipse

Il numero delle aziende birrarie in Puglia ha toccato ormai vette inimmaginabili, tra birrifici e beer firm.
Ne nascono sempre di nuovi birrifici, a volte degni di nota ed altre meno.
Una particolare concentrazione di essi si ha in Salento, dove tra le province di Brindisi, Taranto e Lecce pare ci siano novità ad un ritmo incessante.
Cerco di raggruppare in un post le principali aperture, omettendo quelle che non ho ancora conosciuto da vicino.

Partirei con la provincia di Taranto, dove qualcosa sembra muoversi dopo anni di calma piatta.
Si parte da Manduria (TA), patria di vino Primitivo, dove nel 2016 ha preso vita il birrificio Daniel's.
L'impianto da 12 HL e la location molto comoda e spaziosa mi hanno fatto ben porre di fronte alle produzioni. Ho conosciuto il birraio Daniele Romano ed Anna con un gruppo di amici ed ho avuto modo di conoscere il loro percorso, partito dall'homebrewing.

lunedì 30 gennaio 2017

L'intricata origine dei barley wine ed il confronto tra generazioni di Thomas Hardy's

Intricato muoversi nel campo del Barley wine.
Innanzitutto perchè è qualcosa di legato per lo più al passato e poco al presente, con conseguente scarsa reperibilità di esempi da bere e conoscere.
E poi perchè questo passato, già di suo, non è che sia mai stato molto chiaro.
Ci avevo provato tempo fa a parlare di Barley wine e di Old Ale, stile che pare nato insieme al primo.
Le differenze mi sembravano quasi chiare, o per lo meno, così è che si cerca di farle apparire. Anche il BJCP segue questa tendenza di distinguerli, forse commettendo errori di approssimazione legati sia al passato che al presente modo di produrre. Ma tant'è, volendo riprendere quei concetti, lo faccio in una salsa nuova, approfondendo ulteriormente.
Quando si parla di storia della birra britannica si sa, bisogna pendere dalle labbra di Ron Pattinson e Martyn Cornell.
E dalle loro ricostruzioni e precisazioni emerge un quadro davvero complesso, che in parte conoscevo ma che va ulteriormente ad aggrovigliarsi risalendo a come certe birre erano prodotte ed intese in altre epoche.
Difficile porre un inizio della questione. Sicuramente punto nodale è quel parere di Michael Jackson, che inscriveva la Thomas Hardy's tra le Old ale invece che tra i Barley wine.
Apriti cielo.


Non solo perchè ormai questo è riconosciuto come il Barley wine per eccellenza, ma anche perchè non si sa come e perchè lo stesso termine sia comparso.

Si fa risalire ufficialmente il termine al 1903 quando la Bass No.1 fu messa sul mercato con questo nome, ma lo stesso birrificio produceva già questa birra con la dicitura di Strong Ale.

If it’s not clear when Bass starting using the term “barley wine”, it wasn’t a description limited to Bass among the Burton brewers. In an article in Murray’s Magazine from November 1888, beer from another Burton brewery was given the label, when the anonymous writer, after a trip round Bass’s, added in a footnote: “Gratitude forbids me to forget that even Bass could not surpass the perfection of a glass of barley wine, Chateau Salt, vintage 1882, that I tasted in the ’lowance store of the firm of that name,” the firm being Thomas Salt & Co, one of the larger but, today, lesser-known establishments in Victorian Beertown-upon-Trent. 
The first time I have been able to find Bass using the description “barley wine” on a bottle label was in North America, where from at least 1903 it was selling “Bass & Co’s Barley Wine – the Royal Tonic”, and actually advertising it in medical journals as suitable to be prescribed for “Nursing Mothers and in cases of Anaemia, Chlorosis, Leanness, Malnutrition, Indigestion, Insomnia, Neurasthenia, and debility from any cause.”

lunedì 16 gennaio 2017

Birrificio Birfoot, un nuovo produttore
nella città dei sassi

Era inevitabile che con il tempo anche zone meno coperte dal fenomeno dell'apertura di microbirrifici si mettessero in pari con altre. Tra le meno popolose Molise e Valle d'Aosta possono vantarne diversi e forse hanno lasciato in coda alla classifica da sola la Basilicata. Nonostante qualcosa fosse presente anche qui da diversi anni, forse ora sta arrivando un'altra ondata di piccole realtà, come quella di Birrificio del Vulture, della beer firm B79 e dell'ancor più recente Birrificio Birfoot.


Mosso dalla solita curiosità, passando per Matera ho provato ad avvicinarmi a questo impianto produttivo, locato in una sorta di centro commerciale che raggruppa diverse attività ed alcune aree di intrattenimento ma che in origine era adibito a mattatoio. Un luogo che sembra fungere da polo di attrazione per giovani realtà artistiche ed artigiane. I graffiti già testimoniano questa forte penetrazione giovane nel quartiere.
Ed anche Giovanni Pozzuoli, birraio e proprietario del birrificio Birfoot, lo è.