lunedì 31 dicembre 2012

Cronistoria della birra pugliese e del blog nel 2012

Un post di fine anno per riprendere dopo una lunga pausa, non voluta e nemmeno vuota dato che tra cotte ed assaggi avrei l'imbarazzo della scelta nel raccontarne.
Credo sia opportuno, per ora, chiudere l'anno provando a ricordare cosa mi è successo e cosa ci è successo in Puglia, nella nostra scena birraria che magari sarà pure lontana dai più lucenti riflettori nazionali ma serba quasi sempre argomenti di discussione e novità.

Gennaio è stato il mese in cui ho avuto modo di conoscere i primi due beer shop della provincia di Bari, rispettivamente il Beer-S-Hop di Palo del Colle e Fermento di Bari. La loro comparsa era tanto attesa quanto necessaria, e sicuramente in questo anno hanno contribuito a fare arrivare a queste latitudini certi prodotti che poco prima si fermavano poco sotto Roma solamente, tranne eccezioni. Bella anche la serata al Fermento con Bruno Carilli e le sue creature targate Toccalmatto.
Ma a gennaio ho raccontato anche le prime info sulla nascita di altri due micro pugliesi: Barbarossa ed Altamurano. Curioso notare come i progetti ora abbiano preso altre strade e che si siano un po' persi per strada. Il primo sta avviando solo ora la produzione, il secondo produceva negli impianti di Maltovivo ma non si sa attualmente se la produzione si è spostata in Puglia.

Tra tutte le news di febbraio mi soffermerei su due in particolare. La prima riguarda un altro nuovo birrificio, il Decimoprimo di Trinitapoli che ho avuto modo di far conoscere ai lettori. Tra le nuove aperture, sicuramente è quello che più sta facendo in termini di birre e di novità, quindi onore al merito di Michele Cognetti e della sua piccola creatura.
Altro evento importante per me è stata la partecipazione in giuria al II Concorso HB Beer Emotion, svoltosi a Corigliano Calabro, e che per me ha rappresentato un ulteriore momento di confronto e crescita.
Da (non) dimenticare anche l'unico premio di un micro pugliese al Birra dell'Anno 2012.

A marzo un sacco di roba. Sicuramente ha preso un sacco di risalto l'apertura di Birrbante, un brewpub a Bari, su cui si è detto di tutto e di più, sia da parte dei proprietari che di consumatori e appassionati. Sta di fatto che il record di 102 commenti sarà difficilmente eguagliato su questo blog.
Tra tutto il resto è da segnalare senza dubbio la nascita di Luppulia, la nostra associazione birraria pugliese, che nei mesi a venire si sarebbe distinta per frenesia ed attività.

Aprile tra cotte e bevute lo ricorderò per un post su homebrewing e birra artigianale che ha dato spunto (per l'ennesima volta...son soddisfazioni) ad un post su Cronache di Birra. Ma anche per l'inizio della mia avventura con la coltivazione del luppolo. Devo dire che ha catturato molte delle mie energie e delle mie preoccupazioni, ma il risultato alla fine è stato abbastanza soddisfacente e mi troverà nuovamente impegnato anche per l'anno che verrà.

Maggio bello pieno di cotte, ma anche mese di debutto per Luppulia. Una serata densa con degustazione e seminario sull'homebrewing che ha presentato la nostra associazione (di cui mi è stato assegnato il ruolo di presidente...forse non l'ho mai detto qui) al pubblico dei curiosi. Un bel colpo, un impatto deflagrante.

Giugno anticamera dell'estate è stata riempita da una serata ad Infermento con le birre del Ducato, che con il contributo di Luppulia e del Beer-S-Hop sono arrivate in fusto per la prima volta qui. Sembra un piccolo dettaglio, ma è un traguardo che pochi mesi prima molti appassionati (me in primis) avrebbero ritenuto irraggiungibile. Il movimento è molto cresciuto in conoscenza dei propri mezzi e del potenziale, e questo è stato un evento in cui ognuno ha cominciato a rendersene conto.

sabato 15 dicembre 2012

Quella volta ad Edimburgo...

Lo spunto per queste due righe viene da un articolo su Papille Clandestine di qualche giorno fa, nello specifico quello in cui si parla di Edimburgo e di Brewdog.
L'articolo va a descrivere la scena birraria della capitale scozzese ed il contrasto forte del pub Brewdog con la tradizione. In sostanza, l'autore si chiede che senso abbia ostinarsi a proporre birre che non hanno legame sociali con il luogo dove sono spillate. Ma soprattutto ci si chiede che senso abbia fare turismo birrario per bere birre rintracciabili in ogni parte del globo, o quasi.
Ovviamente va letto integralmente, ma riporto qualche piccolo passaggio che mi ha fatto riflettere:


[...]Parliamo di una città pervicacemente attaccata alle proprie tradizioni scozzesi, che ti conquista anche per questo. Tradizioni che non sono solo fatte di batoste militari contro gli inglesi, tartan, whisky o Sean Connery, ma anche di pub fantastici con birre scozzesi e fantastiche. Il fatto è che la produzione brewdoggara non ha (volutamente, sia chiaro) niente a che vedere con tutte queste real ales tradizionali: e per chi come me proviene da un paese dove cibo e territorio sono indissolubilmente legati, e si amplificano a vicenda, la cosa crea un certo “effetto MacDonald’s” (mi riferisco non alla qualità, ci mancherebbe, ma alla serialità di un format slegato dal genius loci).
Detta brutalmente, non c’era bisogno di fare tanta strada per bere queste birre in questo posto. Da qui il vago sentimento di delusione.
Poi certo, se siete quel genere di turisti che cercano di mangiare pizza anche a Londra, probabilmente non la penserete come me.[...]


Ho sempre visto di cattivo occhio birrifici come Brewdog (forse non s'era capito?...anche se, magari è vero, esagero), ma non avevo mai visto la questione da quest'ottica.
Cioè, al di là del marketing, è sacrosanto il contrasto tra la nostra sete di viaggi birrari, di luoghi sacri della tradizione e la rottura intenzionale del modernismo birrario degli ultimi anni.
Senza portarla troppo sul filosofico, dovremmo davvero scegliere se vogliamo essere quelli che vanno in Scozia per bere Brewdog, al'Hoppy Loft del Delirium Tremens per bere tutte quelle americane oppure quelli delle pils a Praga, del lambic a Bruxelles, delle real ales nel Regno Unito.
Non è che sia un obbligo seguire i più puri ideali del beer hunting, sia chiaro, ma un minimo di spirito critico in questo mercato drogato dal luppolo a tutte le latitudini servirebbe, eccome.

mercoledì 12 dicembre 2012

Assaggi di BirrApulia: Birra Lager e Doppio Malto

Mi appresto ad assaggiare le produzioni di Oliver Harbeck, il birraio tedesco di BirrApulia, e già immagino sarà un tuffo in qualcosa di speciale, che viene da lontano anche se, in realtà, è solo a qualche chilometro da qui.
Come detto nel post precedente, le birre che produce sono una lager ed una doppelbock, chiamate rispettivamente Birra Lager e Doppio Malto. Come dicevo, sicuramente nomi non originali, anzi, il secondo evoca (almeno in Italia...ma credo Oliver non lo sapesse) casi di mancanza di cultura birraria dato che da anni è un'espressione legata alla sola classificazione fiscale della birra e che richiama una mancanza di cultura degli stili. Ma sicuramente non saremo nè io nè altri ad avere il diritto di insegnare la tradizione birraria tedesca ad un tedesco, per cui sono alquanto sicuro che dietro ci sia la sostanziale scelta di concentrarsi sulla birra in se' piuttosto che sul marketing, sui nomi o sul rigore culturale a cui forse ci stiamo abituando (o in cui ci stiamo viziando) noi in Italia.
Scelta piuttosto rara oggi.

Dunque, bando alle ciance ed apribottiglie alla mano. Stappo per prima la Birra Lager.
Subito un aroma finemente floreale che diventa mielato.
Attacco dolciastro, carbonazione ottimale. Gusto pulitissimo, non una nota storta. Leggermente burroso, ma davvero impercettibile. Corpo leggero, beverinità straordinaria.
Tempo nel bicchiere: dalla cucina alla camera da letto, con l'intento di gustarla con calma, è durata appena 5 minuti, cronometrati.
Schiuma molto buona, persistente. Colore biondo quasi paglierino, limpidezza molto evidente.
In bocca emerge crosta di pane e malto in evidenza inizialmente. Gradualmente un amaro finale cresce e si smorza senza traumi.
Gradazione alcolica fantasma...apparentemente scarsa, ma l'etichetta recita 5,7% alc. Wow!
Ottima birra per lo stile che rappresenta. Anzi, noto una vicinanza alle munich helles, ed in questi giorni ho avuto conferma dallo stesso Oliver.
In estate farebbe una fine ancor più rapida!

lunedì 10 dicembre 2012

BirrApulia, il nuovo micro pugliese che parla tedesco...per davvero!

Questa che sto per descrivere è una delle più interessanti storie della scena birraria pugliese, in cui difficilmente avremmo immaginato sviluppi di questo tipo.

Tutto nasce da un aggiornamento sulla lista dei birrifici sull'anagrafe birraria microbirrifici.org.
Qualche giorno fa ho casualmente notato che il numero dei pugliesi risultava pari a 22 birrifici, quando invece ne ricordavo 21. Vado ad aprire la pagina della Puglia, e vedo effettivamente un nome nuovo: BirrApulia.
Curioso cerco di scoprire dettagli e noto anche un indirizzo mail. Inizialmente non ci faccio caso, ma poi vedo un nome ed un'estensione che fa pensare ad un recapito non italiano.
Provo a scrivere una mail ed a contattare il titolare, ed ottengo subito risposta.
Si tratta di un micro birrificio nato ad Ostuni (BR) il cui birraio si chiama Oliver Harbeck. Non è difficile capire non si tratta di un cognome pugliese, infatti vengo a capire che il mastro birraio è di nazionalità tedesca.
La cosa si fa ancora più interessante.
Questo sabato mi sono trovato nelle vicinanze di Fasano, ed allora ho deciso di contattare Oliver e di allungare fino ad Ostuni per incontrarlo e visitare il suo impianto.
Ha luogo una delle pratiche che più amo, il beer hunting. Seppur in una versione locale, l'adrenalina nell'andare a caccia del luogo dove nascono birre di qualità dà le stesse sensazioni di quando si viaggia per pub o birrifici interessanti all'estero.

Devo dire che ero piuttosto entusiasta per questo incontro, vuoi perchè c'è sempre una certa emozione nell'accogliere un altro birrificio nella famiglia pugliese, vuoi perchè avrei avuto modo di parlare con un birraio tedesco trapiantatosi in Puglia.
Dopo qualche difficoltà per raggiungere il posto (in verità, tutt'altro che irraggiungibile), finalmente trovo la sede del birrificio.
Oliver mi saluta e mi accoglie molto cordialmente e superiamo subito la fase dei convenevoli per parlare di birra e non solo.
Il suo impianto è da 2,5 hl ed è stato assemblato dallo stesso Oliver, con acciaio in inox proveniente dalla Germania integrato a componenti realizzati in Puglia. I fermentatori sono ben 4 da 4 hl l'uno, ma il pezzo forte è la cella a temperatura di 4°C con 4 fermentatori da 10hl l'uno, più1 maturatore (tank).
Come è facile intuire da queste caratteristiche, Oliver produce birre a sola bassa fermentazione. Non si tratta dell'ennesimo esperimento pugliese con gli estratti. Ovviamente solo all grain, niente scherzi.
Al momento le sue birre si chiamano "Birra Lager" e "Doppio Malto". Sicuramente i birrai italiani ci hanno abituati a nomi più originali, ma cominciando a conoscere Oliver capisco che è sicuramente la sostanza quella a cui dedica più attenzione rispetto alla forma.

Mi racconta del suo trasferimento definitivo in Puglia, per scelta, e degli incredibili problemi legati alla burocrazia, al pagamento delle accise e alla grandissima rigidità degli addetti degli uffici doganali in merito ai criteri ed ai modi di produzione. Scattano immediati i parellelismi con il mondo tedesco, dove sono molto più snelle le leggi che riguardano apertura e produzione ma dove, di contro, il mondo birrario è diventato alquanto noioso e stantio.

venerdì 7 dicembre 2012

Semplicità al potere: Birrificio Italiano Vudù e Titanic Captain Smith's

Due birre al volo, ma degne di nota seppur molto diverse.
Europee e di stili europei.

La prima è uno dei nuovi classici italiani, o meglio delle birre che hanno vinto premi e/o ci invidiano all'estero.
Parlo della Vudù di Birrificio Italiano, una dunkel weizen. E' una birra che ha vinto anche alla World Beer Cup 2010 (per quello che conta) il primo posto nella categoria delle German-Style Dark Wheat Ale.
Se ci si aspetta da una birra del BI qualcosa di sorprendente, quasi mai si viene soddisfatti. Rispetto al panorama italiano, è uno dei pochi birrifici a voler fare "birre che siano birre" (cit. Agostino Arioli, birraio del BI, nel documentario Brew It). Per cui questa appare davvero regolare, il più aderente possibile allo stile, esprimendo leggerezza e serietà. Non banale, ma semplice. Probabilmente è ancora questa la chiave di successo di questa birra. Note di banana al naso evidentissime, anche con qualche tocco appena floreale nascosto. Corpo semplice da bere, grande corsa in bocca per ogni sorso, finale secco e asciutto quanto basta.

mercoledì 5 dicembre 2012

Beer-S-Hop 57, tante birre di qualità a Gioia del Colle

Sapevo della sua apertura da qualche mese, ma per questione di abitudine ho continuato a frequentare i miei classici luoghi del bere e a rimandare a data futura una fuga dalle parti di Gioia del Colle.
Finalmente un tardo pomeriggio di libertà mi ha concesso di recarmi a questo Beer S Hop 57, dal cui nome si evince un certo collegamento con il quasi omonimo beer shop di Palo del Colle.

Non sapevo cosa aspettarmi di preciso, avevo una mezza idea che poi in parte è stata confermata. Ma a questo punto meglio descrivere nel dettaglio.
Il locale è esattamente all'ombra del castello federiciano di Gioia, e devo dire che l'effetto di un castello e di una vasta scelta di birre artigianali non passa inosservato.
Il locale è composto da due stanze abbastanza grandi. Nella prima ci sono scaffali e anche due frigoriferi, tavolini e sgabelli per stappare qualche birra al momento. Nella seconda solo scaffali ed un piccolo appoggio.
In quest'ultima ho visto un po' di Belgio classico ed anche commerciale, con qualche bella apparizione (De Dolle) ma c'è anche molto spazio per Germania e per tante pils ceche.
In quella prima stanza, invece, ho visto tanta altra bella roba. Di italiane Elav, Brewfist, Ducato, Birra del Borgo.
Poi parecchie birre provenienti UK da Coniston a Orkney, da Hop Back a Harviestoun e tanto altro fino a Brewdog, ovviamente.
Continuando ed andando verso la deriva scandinava c'è tanta roba.

lunedì 3 dicembre 2012

Le novità stagionali di Decimoprimo: Sweet Noel e Kowacchy


Periodo quasi di feste e sicuramente di fermento.
Raccogliendo un po' di informazioni in giro, sembra questo sia un altro degli sprazzi dell'anno in cui si concentrano le novità dei protagonisti della birra pugliese.
Oggi vediamo un po' cosa sta tramando il birrificio Decimoprimo, che sta ampliando la sua gamma di birre con due birre stagionali.
Riporto direttamente le parole del birraio Michele Cognetti da cui ho avuto il piacere di ricevere novità.

Ciao Angelo, qui tutto bene, poco tempo per fare "altro", ma molto bene per Decimoprimo! Abbiamo un po' di novità a bordo... 
La prima è la nostra prima birra di Natale... il suo nome è Sweet Noel. La birra di Natale di Decimoprimo sarà ogni anno diversa. Quest'anno è su base dubbel con l'aggiunta di vin cotto di fichi, zenzero e cannella. Siamo partiti quest'estate raccogliendo i fichi e facendo il vin cotto per finire durante la cotta, durante la quale abbiamo fatto una "cotta parallela" con l'impiantino pilota con il vin cotto, lo zenzero fresco, la cannella in bacche e una percentuale di mosto appena uscito dal filtro. Il risultato è una birra da 27 IBU, 17 Plato e 7,0% di alcool, 150 bottiglie da 1500 ml e 935 bottiglie da 750 ml, tutte numerate, il cui cartellino recita così: 
"La sweet Noel é il modo che Decimoprimo sceglie per augurarvi Buon Natale e Felice Anno Nuovo. Il nostro è un augurio caldo, ricco di spezie e profumi. Il vino cotto di fichi ricorda la dolcezza e la pazienza e omaggia la nostra terra. Tante le ore e la dedizione che le nostre nonne dedicavano a questo prodotto, base indispensabile per i buoni dolci natalizi. Lo zenzero e la cannella i sentori natalizi per eccellenza. In questa birra abbiamo "raccolto" quella che per noi é l'essenza di un Dolce Natale. Auguri."
Sull'etichetta invece la nostra descrizione storico-organolettica della birra, che nella Sweet Noel recita così: "Il birrificio Decimoprimo omaggia il Natale e l’antica tradizione, tipica di alcune regioni del Nord Europa, di preparare queste birre speciali. Inizialmente nate per un consumo familiare, esteso poi ai dipendenti dei birrifici ed agli amici, oggi queste birre sono diventate un regalo speciale di fine anno. La nostra Sweet Noel una birra invernale, calda, moderatamente alcolica, speziata, complessa e intrigante dal color tonaca di frate e una schiuma color nocciola molto persistente." 

lunedì 26 novembre 2012

La peggio gioventù di quaggiù


una lavagnetta con nomi e grado alcolico, che tanto se sono sbagliati non se ne accorge quasi nessuno

una selezione di Brewdog, perchè non vuoi sembrare nè vecchio nè noioso

una Toccalmatto o dintorni (che non fa primavera), 15 euro, purchè tu ce l'abbia (c'era una volta Baladin)

una buona selezione di birre, qualsiasi, purchè italiane, di quelle che puoi sparare a prezzi alti e da cui puoi prendere sempre le distanze, purchè fighe. poi non gli spieghi la differenza tra una Menabrea e una birra del Ducato...

una grande selezione di birre non per educare ma per stupire, qualsiasi, purchè straniere e con le etichette cartoon, purchè si vendano. poi non gli spieghi la differenza tra De La Senne e Grimbergen

una fetta di birre che descriverai, nel dubbio, come belghe, mentre le altre come luppolate

una via di Paulaner, pizza e "vaissss" sono l'altro 80% della tua clientela

un frigo, piccolo o poco pieno in numero di esemplari per birra, perchè l'ordine lo fai ogni due mesi quando va bene. o peggio ancora, un abbattitore di temperatura, comodo, facile, indolore (per te)

una serata che chiami festa della birra di tanto in tanto, mentre quella che fai in autunno continua a chiamarla Oktoberfest, mi raccomando

una certa umiltà che ti porta ad erigerti il massimo esperto regionale di birra, il miglior imprenditore ed il miglior publican, e che ti legittimi a fare le cose per conto tuo

sabato 24 novembre 2012

Equilibrista, nomen omen


Che dire, un'altra seratona da Infermento della serie di occasioni che Luppulia sta dedicando alla conoscenza dei grandi birrifici italiani.
Dopo quella dedicata al Birrificio del Ducato qualche mese fa, stavolta la ghiotta occasione era quella di avere fusti di Birra del Borgo, birrificio in piedi dal 2005 a Borgorose (Rieti).

Salto la cronaca delle prime tre birre, già raccontate sul sito Luppulia a questo link, per balzare ad una birra sorprendente. All'inizio sembra la solita birra col vino "all'italiana", poi una fermentazione spontanea ed infine si mostra per quello che è.
Giuseppe sorprende tutti con questa chicca, inizialmente non prevista per la serata. Si tratta dell'Equilibrista, una delle birre sperimentali del birrificio laziale. Brassata impiegando la ricetta della loro birra al farro (Duchessa) con l'aggiunta in pari quantità (50:50) di mosto del vitigno Sangiovese (che entra nella composizione di vini Chianti), e successivamente sottoposta al metodo Champenoise

giovedì 22 novembre 2012

I fermenti di Birranova: la nuova linea Why Not ed altro

Rispetto al panorama pugliese credo nessuno possa negare il fatto che siano i più attivi. Lo dico alla luce dei fatti. Forse si può solo osservare che il fumo deve essere seguito dall'arrosto, ma credo quasi sempre dalle parti di Triggianello questo avvenga.
Le novità pugliesi ruotano quasi esclusivamente attorno a Birranova, ed essendomi messo in testa (maledetto quel giorno...) di raccontare la scena pugliese ad una seppur piccola platea di interessati, mi ritrovo quasi sempre a parlare di Donato e delle sue birre.

Ci sarebbero tante birre di cui parlare, cercherò di fare un po' di ordine.

Parto da qualcosa di concreto, e cioè il progetto Why Not. Chi frequenta il pub di mescita La Cantina della Birra si sarà imbattuto nell'omonima birra, una "smoked american ipa" molto accattivante e sicuramente innovativa. Da ora in poi Why Not non rappresenterà più una singola birra ma una sotto-linea produttiva.
Una serie di birre presumibilmente più pensate per un pubblico più disimpegnato (ed aggiungo io, per la vendita presso beer shop) nel formato da 33 cc. Cambia un po' la grafica, che dai pochi indizi sembra quasi militaresca.
Il pay off del marchio recita "tre nuove birre che dichiarano guerra (pacifica) alle convenzioni".

La prima di queste Why Not è la Check Point. Il significato intrinseco del nome è l'essenza delle sue caratteristiche. E' una birra dalla trama maltata tedesca, con 6,5% alc. , dove viene superato il confine tra due mondi luppolati (quello americano e quello tedesco) raffigurati in etichetta. Una birra che vede l'impiego di luppoli nobili ed americani sia in amaro che in aroma, quasi a sfidarsi. Il risultato è di grande interesse, per un corpo che si sostiene con questi amari non più riconoscibili ma quasi incensanti al gusto.
Da due luppolature ne nasce una terza, summa delle due, dove forse il contributo in amaro è più da attribuire agli americani e quello in aroma ai tedeschi, contro ogni aspettativa. Inutile girarci ancora intorno, la Check Point rappresenta un bell'esperimento nonchè un incontro tra due profili gustativi che il mondo vuole in lotta, ma che possono convivere.
Sulle altre due birre della linea non credo il punto interrogativo resterà a lungo.
Infatti...Birranova compie 5 anni a giorni, e festeggeranno qui svelando le prime due birre della linea, quindi si saprà qualcosa sulla seconda dopo la Check Point.

mercoledì 21 novembre 2012

Yellowhammer, una martellata di gusto

E' stata una toccata e fuga da La Cantina della Birra quella di ieri. Sia per me che per la birra-novità attaccata alle spine.
Come piacevolmente si sta ripetendo in questi mesi, stanno facendo comparsa oltre alle birre di Birranova anche fusti una-tantum di birre reperite altrove. E' già successo per due real ale dell'inglese Hornbeam e si è ripetuto ieri con la Yellowhammer di Black Isle.


Il birrificio scozzese, che nell'ultimo anno ho visto presente anche nei beer shop nostrani, ai miei occhi soffre un po' dell'alone di mito dei colleghi di Brewdog e credo non meriti di essere in ombra in questo modo.
Magari per loro è anche un bene, ed in effetti credo non gliene possa fregare di meno visto che producono birre abbastanza diverse, decisamente meno pazzerelle, ponendosi a metà tra la tradizione del bere albionico e l'innovazione sfrenata portata a braccetto dal marketing.
Infatti più che gridare alla Ri-voluzione, il loro obiettivo pare essere una E-voluzione, e credo il riferimento lontano verso i colleghi di Fraserburgh non sia neanche molto velato o difficile da cogliere.

Aspettavo con una certa ansia di assaggiare questa birra, un po' per la gola che fa una qualsiasi novità, un po' per assaggiare un'altra birra di questi scozzesi avendo bevuto mesi fa la loro Blonde.

sabato 10 novembre 2012

Bruges: Cambrinus, Staminee De Garre e De Halve Maan

Ultimo atto della serie di post sul viaggio birrario in Belgio. Ci arrivo un po' con fatica nello scrivere ma anche con nostalgia e consapevolezza che queste esperienza, in realtà, sono le più belle da condividere e raccontare, più di ogni altra degustazione a casa propria.

La tappa a Bruges è tutta un programma. Ancora Fiandre, quindi, il giorno dopo essere stati a Gent.
Bruges è un gioiellino e condivide con Amsterdam il titolo di "Venezia del Nord" anche se sono città molto diverse già a livello demografico. E' una cittadina ricavata tra canali e vie fluviali e conserva un aspetto medievale autentico ed intatto, anche con la pioggia (come è capitato a noi), anche senza luce, anche (o soprattutto) di sera, con le soffuse luci arancio che sbattono sulla pietra antica degli edifici.

E' difficile perdersi a Bruges, qui consultare una mappa risulta quasi superfluo una volta raggiunto il centro, il Burg ed il Markt, piazze centrali ed affollatissime di turisti.
Dopo un giro panoramico della città, a piedi ed in barca, avvicinandoci all'ora di pranzo ci dirigiamo prima verso il Beer Shop De Struise, che però troviamo chiuso. Ci promettiamo di tornarci il pomeriggio ma poi avremmo optato per una favolosa cioccolateria, e così le loro birre (solo bottiglie) decido possono anche aspettare.
Dopo questo flop andiamo dritti verso un gran bel posto, il Cambrinus, situato a pochissimi metri dal Markt.
Il posto è affollatissimo data la possibilità di assaggiare anche ottimi piatti a base di birra. Restiamo al bancone in attesa di un tavolo. La velocità ed efficienza del personale sono elevatissime, sia nel versare e spillare birra correttamente, sia nel gestire l'enorme sala e la cucina.

Al bancone mi perdo nel beer book, ovviamente, ma scelgo subito una delle loro birre della casa, la Gambrivinus Blond (indicata anche come Blonde van de Cambrinus), birra che mi risulta prodotta dal birrificio Van Steenberge. Abbastanza buona, molto fruttata al naso anche se sembra fotocopia di altre birre di questi giorni. Ha un attacco dolciastro ed una moderata secchezza finale, tipologia e schema sempre abbastanza appagante.

Altra bionda che assaggiamo è la Poperings Hommelbier, brassata dalla Brouwerij Van Eecke. Questa risulta un po' più equilibrata e secca delle precedente, dato l'utilizzo diverso dei luppoli, presumibilmente provenienti proprio dalla zona del Poperinge, situata sempre nelle Fiandre ma più a sud, nota per i grandi, numerosi e produttivi luppoleti. Pensavo una birra molto più commerciale, invece si difende più che bene.

Il pezzo forte arriva quando ordiniamo da mangiare uno strepitoso coniglio alle prugne cotto con birra bruna, la Gambrivinus Bruin (una belgian amber ale). Qui le bionde, oltre ad essere già finite nel bicchiere, non andrebbero molto bene per accompagnare i favolosi sapori ed odori di questo piatto, tra l'altro tipico.
Decido di prendere una birra sicuramente scura, ma che con la frutta matura e l'acidità della prugna possa andar bene. Ricordo del suo gusto particolare che ho appreso ma che non ho mai assaggiato, ed allora punto tutto sulla Oerbier del divino De Dolle (che quando ordino mi viene corretto nella pronuncia con un "ùurbìr"...ok, comunque è quello che voglio ordinare). Non potevo fare scelta migliore, sia come birra in se' che come abbinamento.
Frutta matura ed etilico quasi vinoso, mentre la parte appena acidula tende a sgrassare in maniera meravigliosa l'oleoso del piatto. Questa è una birra su cui è peccato scrivere pochissime righe, ma purtroppo in certi contesti non si riesce a degustare al meglio. Ho apprezzato più che altro l'abbinamento, ma su questa maestosa birra dal fine equilibrio maltato-fruttato-lattico lascio raccontare le vicende storiche ed il volto del birraio da chi ne sa più di me. Posso solo dire di aver svuotato il bicchiere ed il piatto con suprema soddisfazione.

venerdì 9 novembre 2012

Gent: Waterhuis aan de Bierkant e Dulle Griet

Se Bruxelles vale un viaggio, le Fiandre valgono una gita per lo meno.
Al terzo giorno di permanenza in Belgio prendiamo il treno e ci dirigiamo a Gent. Tutto programmato però, non è stato un colpo di testa o di noia.
Tutto studiato nella solita formula integrata itinerario artistico-beer hunting che mi ha dato tante soddisfazioni quasi ovunque. Un assioma che ho formulato è che ovunque c'è birra buona, c'è clima cattivo e diventa fondamentale ottimizzare i momenti di riparo dagli acquazzoni o dal freddo in luoghi che restituiscano calore, un calore più forte di quello solare magari.

E' con questo approccio che dopo essere sbarcati in città e nel centro (abbastanza distante dalla stazione se il percorso è affrontato a piedi) ed esserci goduti per qualche ora sole e cattedrali gotiche sui canali, ci fermiamo in tarda mattinata nel primo dei locali che avevo segnato sulla mappa.
E' il Waterhuis aan de Bierkant, locale che si affaccia su uno dei canali della città. Il locale forse era aperto da qualche ora e c'era già dentro qualcuno. Un bancone ad L e bello lungo già fa sentire a casa, con 10 vie per birre alla spina ed un sacco di bicchieri appesi. Il proprietario è anche giovane nonostante il luogo sembri volersi ancorare alla tradizione. Spiccano i riconoscimenti di ambasciatori ufficiali Orval da una decina di anni a questa parte.

Sfogliando le birre in bottiglia ma soprattutto quelle alla spina, mi faccio spillare prima di tutto una Duvel Tripel Hop. La birra ha vinto lo scorso ZBF 2012 nella classifica assoluta e rappresenta un'ottima innovazione della grande industria birraria belga (gruppo Duvel-Mortgaat, appunto) che più che contrastare l'onda luppolata, ci fa surf sopra mettendoci tutto quello che l'esperienza e la tecnica possono dare.
Ha un aroma davvero molto fresco, fruttato da lieviti ma anche dai luppolo USA Amarillo. Ha un amaro legatissimo alla vena maltata seppur asciutta di questa tripel, ed il tutto ne determina un equilibrio azzeccatissimo. Altra birra da segnalare tra tutte quelle del viaggio.

Andiamo su un'altra bionda, ma stavolta una più leggera blonde. Si tratta della omonima blonde Maneblusser del birrificio Het Anker (lo stesso della Gouden Carolus) e scopro in questo istante in cui scrivo che è stata descritta anche dal preparatissimo Alberto Laschi sul suo inbirrerya, uno dei pochi osservatori della scena belga profonda. Mi ha dato ottime sensazioni, un corpo poco pieno ma un aroma anche qui fruttato. Su una birra scarica avere una bevibilità così, sostenuta da caratteristiche appena maltate e molto rotonde, fa solo piacere. Altra grande birra anche questa, decisamente.

Per concludere torno alle spine per scegliere una birra più tipica delle Fiandre, ovvero la Bacchus del birrificio Van Honsebrouck. Si tratta di una birra rossa dal carattere acidulo ed acetico, classificabile come red flemish ale più che come oud bruin (come sembra comparire sul sito stesso). Tra questi due stili ci sono tante differenze, di cui parla Kuaska qui e Alberto Laschi qui, sintetizzabili dicendo che le prime sono appunto acetiche, le seconde più prettamente acide e lattiche. Una carbonazione molto piacevole ed un tocco acetico non troppo aggressivo fanno scorrere incredibilmente bene questa birra tra le fauci, con qualche tocco caramellato molto appagante ed alternativo.

giovedì 8 novembre 2012

Bruxelles parte III: Cantillon, Delirium Cafè e Moeder Lambic St. Gilles

Faccio un salto cronologico per raccontare la terza parte di Bruxelles, anche se farò riferimento al mio ultimo giorno trascorso in Belgio, giorno nel quale ho deciso di tornare all'ovile della capitale dopo le incursioni nelle Fiandre nelle città di Bruges e Gent.

La mia situazione è quella di un turista che (s)fortunatamente non è provvisto di alcun supporto mediatico come smartphone o tablet. Ho girato i locali della città senza la voglia di far sapere al mondo cosa stessi facendo in quel momento o cosa avessi nel bicchiere la tale sera. Credo di un viaggio birrario (anche di un viaggio qualsiasi) si stia perdendo quell'entusiasmo di raccogliere tutte le info possibili, appuntarsele su un foglio, tornare a casa e raccontarle contrapponendo delle parole a dei mini-resoconti flash che durano il tempo di uno sguardo distratto ad una foto.
Volente o nolente, ho girato per locali con mappa alla mano ed indirizzo da trovare. Perditempo, forse, ma decisamente avventuroso!

Avevo programmato di visitare qualche birrificio. Uno sarebbe stato senz'altro Cantillon, l'altro De La Senne. Contattato più volte Yvan De Baets, patron del birrificio, per chiedere di visitare il birrificio ma ricevo risposta positiva solo in viaggio. Ergo non avendo modo di leggerla, ho preferito non rischiare di fare un'odissea tramviaria per poi restare a bocca asciutta. Peccato mi avesse  anche risposto di sì...!


E così mi sono concentrato maggiormente su Cantillon, dove siamo stati tutta la mattinata.
Arrivare dal centro non è per niente complicato, 3 stazioni di metro o 30 minuti a piedi fino alle porte del quartiere di Anderlecht. Arriviamo prestissimo. Passiamo dal "siamo arrivati troppo presto, è ancora chiuso" al "ma siamo sicuri che anche oggi fossero aperti?". Basta provare ad impugnare il maniglione sulla porta in legno per vedersi aprire un mondo che esternamente non dà la minima impressione di esistere. Mattoncini rustici, un banco spillatura che non è altro che una serie di botti allineate in piedi ed un pungente fresco da cantina. Dal traffico alla maturazione in botte assicuro che è un bel salto emotivo.
Ci accoglie una dolcissima donna che poi ricordo essere la signora Claude Cantillon. E' lei che ci fa una piccola premessa al tour in italiano pur non essendo prevista, e che si compiace quando riesce a farsi capire nella nostra lingua.
Riusciamo a visitare per bene tutto lo stabilimento, dai tini di ammostamento alla mulitura dei malti tutto sembra (ed è) vecchio di qualche secolo. Al di là della tipologia di birre prodotte è davvero come fare un viaggio indietro nel tempo e nella tradizione artigiana. Unica novità è vedere qualche keykeg affianco alle botti, ma ben venga!
Il vero gioiello secondo me è la vasca di raffreddamento. Si trova sulla mansarda dove si trovano delle finestre, da cui entra aria fresca con i relativi lieviti selvaggi durante le ore notturne di raffreddamento. Mi ha stupito sapere che anche lo stesso grado di apertura di queste finestrelle è un fattore critico nelle mani del birraio per regolare velocità di raffreddamento e "inoculo" di lieviti e batteri.

Alla fine del tour ovviamente ci soffermiamo nell'area dedicata agli assaggi compresi nel costo del biglietto, e vediamo che oltre a tanta gente è presente anche lui...Jean-Pierre Van Roy. Pur non essendo un seguace del lambic e del mondo spontaneo, lo riconosco e fremo per poterci scambiare qualche parola. Ne approfitto nel momento in cui termina un'intervista. Impossibile non leggere sul suo volto la storia di una cultura brassicola unica, intramontabile e resistente al tempo ed alle distanze. Nonostante io la mia esaltazione riesca a comunicargliela, egli si rammarica per non poterci essere alla consueta "brassin public" (cotta pubblica) del successivo week end. L'importante è esserci stati, gli dico, ed approva.
Sorseggiamo un Lambic piatto (vedi l'articolo dell'immancabile Stefano Ricci a chiarire cosa sia), versato dalla consueta brocca e spillato da qualche botte.
L'atmosfera è sicuramente unica, difficile non farsi conquistare.

mercoledì 7 novembre 2012

Bruxelles parte II: Bier Circus e l'esagerato Moeder Lambic Fontainas

Ancora Bruxelles, quindi, per una giornata intensissima.
Salto a pie' pari la cronaca delle visite per la città, piena di cattedrali gotiche, affascinanti e nella quale altezza ci si perde davvero facilmente.

La prima sosta del giorno è al Bier Circus, locale abbastanza moderno rispetto ad altri, che propone un arredamento circense affianco ad oggettistica birraria: vassoi per birra usati come sottovasi, casse di Westvleteren come paralumi ecc...

Cinque vie al bancone, con un ambiente più da pub ed uno più comodo. Ed è in questo secondo che prendiamo posto.
Vedo in menù Westvleteren d'annata a 40,00 €, così come Chimay 150 anniversaire ma in bottiglia da 75 cl, così mi concentro sulle birre alla spina in primis.

Continuando la rassegna delle acide, mi fiondo sulla Gueuze di Girardin. L'aroma per me è indecifrabile, ma quella acidità noto si smorza in bocca sorso dopo sorso. Mi starò mica abituando? Non male però.

Per tornare a sentire sensazioni a me più familiari scelgo dalle spine la Belle Fleur del belga De Dochter van De Korenan. Colore biondo dorato servita anche troppo fredda. Mi aspettavo una blonde (vedi ragionamento dello scorso post), ma in realtà è più articolata. A posteriori ho trovato si trattava di una belgian IPA, ma come sempre questo stile ha l'amaro molto meno avvertibile che in altri esempi anglosassoni.
Ad ogni modo, molto di frutta a polpa gialla e buccia di arancia, appagante anche se dimostra più alcol di quanto ne abbia (6%), o forse l'ho bevuta troppo in fretta.
Va da dio con un piatto tipico delle fiandre come il waterzooi, una zuppa di pesce (anzi, di pesci) ridotta in non so quale modo fantastico.

La terza birra non mi piace per niente, invece. Sempre dal tabellone delle birre alla spina scelgo una dubbel, la Keyte Oostèndse Dobbel-Tripel. Si tratta di una birra del birrificio Strubbe, ma la birra non è affatto una dubbel. a partire dal colore troppo carico si intravede la tostatura elevata che si avverte in bocca. Anche qui birra quasi ghiacciata, mi tocca aspettare molto per bere. Viene definita come quadrupel, ed i conti non mi tornano ancora. Corpo scarico ed etilico a mille con 9,2% alc, un enigma ed un po' di spazio perso per una birra migliore.

Archiviata la visita al Bier Circus, facciamo in modo che Bruxelles ci conduca da una piazza all'altra, da una chiesa all'altra, scoprendo angoli di città a piedi con un ottimo ed inaspettato sole.

Arrivata la sera, però, è il momento di dedicarci ad uno dei locali più discussi della città, nel bene e nel male.
E' il Moeder Lambic di Place Fontainas, a 5 minuti a piedi dal centro. E' il secondo di due locali, il primo, l'originale, è in un'altra zona di Bruxelles. Ci vado un altro giorno là.
Un'abbondanza di birre quasi "pornografica", con ben 46 vie al bancone e non so quante altre birre in bottiglia.
La serata è un evento speciale, si festeggiano i 3 anni di questo locale. Per l'occasione ci sono birre diverse da quelle usuali, sebbene al Moeder Lambic sia tutto organizzato con birre "ospiti" e birre "stabili" con una rotazione comunque velocissima delle prime.

martedì 6 novembre 2012

Bruxelles parte I: la storia del Poechenellerkelder e la tradizione del Restobieres

E' sempre complicato fare un resoconto dettagliato di un viaggio birrario.
Un po' perchè la pigrizia prende il sopravvento, un po' perchè alcune interpretazioni sull'approccio birrario di un'altro Paese è personale e difficile da rendere in parole.
Ma proprio questo voler comunicare come girano le cose e cosa si beve in questi luoghi mi spinge, in un modo o nell'altro, ad imbattermi in questo dolente (nostalgico, meglio...) viaggio all'indietro snocciolando le birre bevute, i locali visitati e lo spirito birrario di una nazione chiave come il Belgio.
Ho visitato le città di Bruxelles, Bruges e Gent, ma è dalla prima che partirò.

Arriviamo a Bruxelles nel pomeriggio, ma soggiorniamo in un ottimo hotel in pieno centro a costo basso e condizioni rispettabilissime, e così ci tuffiamo subito nell'atmosfera di questa capitale.

Il primo locale che incontriamo tra le vie del centro è il Poechenellerkelder, nome impronunciabile ma posto bellissimo, coreografico e parecchio fornito. I posti sui tavoli sono segnati da targhette intestate credo a vecchi clienti abituali, e questo la dice lunga sulla storia del posto.
Alla spina ci sono 6-7 birre della Brasserie De La Senne, mentre sul beer book si va dalle classiche trappiste alle tante fermentazioni spontanee.
Ci caliamo subito nell'atmosfera autoctona prendendo una Taras Boulba alla spina, caratterizzata da una carbonazione bassa, un amaro molto giovane e gentile per un appagante primo assaggio.
A seguire una bottiglia sempre di Stouterik, che appare invece con parecchio gas e molto cioccolatosa. Qualche nota di liquirizia leggera nel finale ne fa un'ottima stout da session beer.
Il personale del locale versa la birra ai clienti in pochissimi secondi, assicurando un ottimo cappello di schiuma e lasciando i residui di lievito in bottiglia come da copione, con una gestualità ed un rituale preciso ed efficiente allo stesso tempo.

Prima di partire avevo deciso che, nonostante non ami le fermentazioni spontanee, avrei potuto e dovuto godermi queste birre in occasione di questo viaggio, sia per impormi nuovi gusti e nuovi orizzonti, sia perchè avere queste occasioni e non sfruttare il patrimonio brassicolo locale non ha molto senso.
E così prendo confidenza con queste "birre acide" forse dal meglio. Non ho una buona mira su queste birre, ma credo di aver beccato molto bene scegliendo una Oude Kriek del birrificio Oud Berseel, che ha sede nella omonima cittadina Berseel alle porte di Bruxelles. Avevo sentito e letto molto a riguardo di questo birrificio tra gli ultimi avamposti della tradizione acida locale, anche recentemente sull'ultimo numero di Fermentobirra Magazine in un articolo nostalgico ad opera di Kuaska.
La schiuma è rosa ed evanescente, il dolciastro iniziale delle ciliegie griotte dura anche abbastanza a lungo supportato da una frizzantezza a livelli da spumante. L'acido si avverte verso la seconda parte della bevuta ed il corpo appare abbastanza carico. Assolutamente niente male, comincio a nutrire qualche speranza verso questi stili.
Locale assolutamente stravagante, con casse di Westvleteren attaccate a testa in giù sul soffitto, marionette ed addobbi storici dappertutto.

domenica 28 ottobre 2012

Si parte per il Belgio: la mia tabella di marcia

Questa settimana, finalmente, sarà Belgio.
Dopo averlo tanto sognato e programmato, finalmente metterò piede in una delle terre più prolifiche e tradizionali dal punto di vista birrario.
Ovviamente non scriverò nulla prima del ritorno.

Giusto per cominciare a pregustare, credo sia bello ed invitante tirare una scaletta dei posti che vorrò visitare.
Il mio viaggio, per questo giro, prevederà solo visite per Bruges e Gent oltre che ad un soggiorno di qualche giorno a Bruxelles.
Ho scelto così per non sovraccaricare inutilmente questa incursione, soprattutto perchè in una sola volta non si potrebbe comunque vedere tutto. A questo punto, dunque, meglio fare delle scelte e godersi una parte di Belgio come queste belle e birrariamente ricche città piuttosto che sbattersi inutilmente e godersi poco.

Ed allora ecco la mia "lista" di beer hunting tra queste tre città!

venerdì 26 ottobre 2012

Migdal Bavel, Orval, Donker: degustazione ed abbinamenti al Birrarium

Ancora una bella serata targata Luppulia, stavolta tra le mura del Birrarium.
L'evento è stato una serata di degustazione con tre piatti abbinati ad altrettante birre, tutte molto diverse tra loro.

Si parte con una breve presentazione con un cenno alla varietà di stili birrari esistenti, al concetto di stile ed alle fasi della degustazione stessa.
Coadiuvato dalla ruota di Meilgaard e da un'ottima scheda di degustazione (usata da Kuaska ed Unionbirrai, tra l'altro), ho percorso insieme ai presenti le varie voci soffermandomi sui descrittori e sullo sforzo necessario per individuarli.
La degustazione non è certo facilissima nè permette un rapido apprendimento, ma è stato molto bello provarci tutti insieme ed ottenere, una birra dopo l'altra, giudizi abbastanza condivisi. Ognuno ha espresso il proprio giudizio seguendo la scheda e poi ho dato anche quello mio personale, notando una certa aderenza con la maggior parte dei presenti.

Siamo partiti con un filetto di salmone marinato agli agrumi, abbinato ad una Midgal Bavel, pazza saison realizzata da Extraomnes con gli americani di Stillwater.
Avevo già provato questa birra alla spina questa estate, sicuramente la versione in bottiglia è diversa e meno spumeggiante, anche se resta un'ottima interpretazione di saison.
Spezie e frutta a polpa gialla al naso, un colore della schiuma bianco con bolle a grana fine. In bocca esplodono il citrico del frumento ed il balsamico delle spezie (mirra) a dare qualcosa di incensato, poi arriva una secchezza che esalta un pepato finissimo e diffuso ed un amaro vegetale, non lunghissimi ma rinfrescanti così come la birra stessa voleva essere.

giovedì 25 ottobre 2012

Intervista (tradotta) a Papazian per il Salone del Gusto

Comincia oggi il Salone del gusto 2012 a Torino, manifestazione promossa da Slow Food e che ormai abbraccia il mondo della birra artigianale con stand di espositori ed associazioni birrarie nazionali.
Qualche mese fa leggendone il programma fui sorpreso dalla presenza di un mito del movimento mondiale come Charlie Papazian, ed ammetto che se per un attimo ho pensato di esserci è stato proprio per la sua presenza.

Mi accontento di riportare una traduzione personale dell'intervista che lo stesso Papazian ha concesso alla giornalista Slow Food, Giorgia Cannarella, comparsa su di un sito che vede spesso interventi dello stesso Papazian, e cioè Examiner.com.
Eccola!
Recentemente sono stato intervistato dal giornalista di Slow Food Internazionale Giorgia Cannarella. Questa intervista è originariamente apparso sotto il titolo "piccoli produttori artigianali: unitevi!" nella pagina Novità del Salone Internazionale del Gusto e precede le mie presentazioni-workshop del 26 ottobre e 27 workshop dal titolo "agricoltori, birrai e consumatori: unitevi! "e "da est a ovest, da nord a sud ... Beers on the road!"

Il Salone del Gusto è un evento internazionale di prodotti alimentari e bevande per i consumatori che si svolgono a Torino, Italia, ogni due anni. L'evento di quest'anno corre 25-29 ottobre in collaborazione con Slow Food Terra Madre

Giorgia: Negli ultimi anni, molte cose sono cambiate nel mondo della birra americana. Oggi la birra artigianale è conosciuta un po 'ovunque. Pensi che ci sia ancora spazio per la crescita? Qual è l'obiettivo principale su cui concentrarsi ora?

martedì 23 ottobre 2012

Dov'ero rimasto? Gasteam e Saisonrose...

In periodi di stasi degustativa non è che non si fa nulla qui, anzi.
Si brassa sempre, ormai ad un certo ritmo dopo la pausa estiva.

E mentre ci si arrovella per le prossime ricette, i prossimi nomi ed etichette, ne approfitto semplicemente per riprendere le due birre realizzate in questi mesi e le quali etichette non ho mai svelato, vuoi per tempo, vuoi per una certa riservatezza in vista di qualche concorso di homebrewing.

La prima è la Gasteam, una california common realizzata a giugno 2012.
Birra ibrida, essendo una alta fermentazione a basse temperature, sempre a cavallo tra le fermentazioni basse e quelle alte per questa dicotomia.
Presentata al Concorso HB Tribirra 2012 ha beccato il primo posto, e va bene così.
Il nome è tutto un programma: lascio immaginare le temperature estreme di giugno e la fatica per brassarla. Questo stile ha come riferimento in commercio la Steam Beer di Anchor, unico birrificio a brassare questa birra vecchia di più di un secolo ma nativa della California. Bestemmie da afa e steam (vocabolo inglese che vuol dire vapore, che la tradizione birraria associa alla grande carbonazione delle birre infustate dovuta ad alte temperature per lieviti lager, o pare possa anche simboleggiare il tanto vapore che veniva fuori dalle vasche di raffreddamento poste sul tetto dei birrifici). Nome alquanto immediato, quindi.
Nel bicchiere nei mesi ha perso un po' di forza e freschezza, ad agosto era davvero molto piacevole, dissetante con quel leggero amaro finale e grande gasatura. Da riprovare, con qualche aggiustamento sui luppoli soprattutto.

mercoledì 17 ottobre 2012

Support your local (apulian) brewery


Visitare un birrificio è sempre un'esperienza importante per degli appassionati, al di là che si sappia o no come si produce birra artigianale.
L'aria che si respira è piena di gesti quotidiani che i birrai compiono per realizzare con le proprie mani e con le attrezzature in acciaio inox vere e proprie opere farina del loro sacco, un sacco maltato.

Tre giorni fa sono stato in visita dal Birrificio Decimoprimo a Trinitapoli (BT) in occasione di una domenica "porte aperte" per far conoscere meglio il birrificio ai curiosi.
Il birraio Michele Cognetti è stato ben lieto di accogliere anche il nostro gruppetto, ed è stata una buonissima occasione per renderci conto del suo modo di lavorare.
Impianto da 10 hl con due fermentatori da 20 hl pronti a ricevere in consegna le sue birre durante il processo. Tante idee per le prossime birre e tanto entusiasmo.

E' stato un ulteriore momento di riflessione sul ruolo dei birrifici nel panorama locale del mondo beverage e delle potenzialità che possiedono nelle loro mani.
Lo leggo anche in questo birrificio ma è anche un pensiero che mi sono imposto diverse volte io stesso e che condivido negli intenti: "I support my local brewery".

Il messaggio è abbastanza chiaro, l'invito è quello di sostenere i birrifici locali.
Questa campagna di sensibilizzazione è figlia della cultura birraria americana degli ultimi decenni di rinascita, ma non troverebbe nessuna difficoltà con la filosofia "slow" o "km0" tanto di moda in Italia.
Ma c'è dell'altro, a mio parere.

In USA questa espressione è un vero e proprio movimento, o meglio è il sotto-movimento Support Your Local Brewery che si colloca all'interno della Brewers Association. Si tratta letteralmente di "un movimento nazionale di appassionati, associazioni di professionisti e birrai dedicato a proteggere e promuovere gli interessi legislativi e normativi dei birrifici micro, indipendenti e tradizionali americani".
Ed ancora, "come "Attivista della birra per Support your local brewery" riceverai un avviso quando una questione legislativa nazionale minaccia i birrifici della tua comunità locale".
Qualcosa di simile in Italia forse la prova ad assolvere MoBI, con le iniziative passate di controllo dei prezzi, ma un vero supporto ed un osservatorio radicati sul territorio grazie a gruppi di "fanatici" volontari al momento non esiste.
Dunque, il tipo di supporto americano alla questione va già oltre il lato economico, dando per scontato che il consumo di birra "locale" stia alla base degli obiettivi del movimento. C'è da dire che in USA sono molto diffuse le "tap room", cioè locali attigui ai birrifici, che sono aperte nei loro stessi orari e che assicurano un certo consumo creando anche un certo attaccamento.
Da noi forse non è ancora così.
Consiglio su questo le ottime impressioni portate dal guru Stefano Ricci sul forum MoBI dopo un viaggio tra i birrifici californiani.

venerdì 12 ottobre 2012

Un'altra real ale, Top Hop Best Bitter

Seconda ed ultima serata inglese di La Cantina della Birra, realmente inglese per la presenza di una real ale spillata a pompa.
Occasione avvenuta due settimane fa e che con successo anche ieri ha visto la curiosità e la voglia di assaggiarla da parte di diversi appassionati, me compreso.

Il birrificio è sempre Hornbeam con una birra diversa. Stavolta è toccato ad una delle bitter di casa, la Hop Top Best Bitter.
Poche parole spese sul sito web e pochissime trovate in giro. Non è così frequente il ricorso al marketing in un mondo brassicolo che affonda le sue radici sulla tradizione, sulla voglia e bisogno di bere birra quotidianamente, sui consumi sempre alti e sull'attaccamento a pub e birrifici locali.
Tutte cose che noi qui ci sogniamo, ergo il marketing e la promozione.

Questa bitter ha una buonissima schiuma compatta e pannosa di colore bianco. L'aspetto è di colore biondo con qualche riflesso dorato. Al naso l'aroma è poco intenso ma rimanda con molta probabilità a luppoli East Kent Golding o giù di lì, caratterizzati da un fruttato delicato di agrume.
In bocca l'equilibrio si gioca in poco spazio: un profilo maltato in evidenza a dare un corpo relativamente medio, un amaro leggermente avvertibile solo sulle labbra, poi sempre più si addentra un sorso dopo l'altro.
Abbastanza secco il finale rispetto all'attacco appena dolciastro. Una premium bitter o best bitter sulla carta e nel bicchiere, con 4,2% alc. e qualche sporgenza luppolata.

mercoledì 10 ottobre 2012

Una delusione ed una sorpresa: Skull Splitter e London Porter


Quando penso di aver capito l'andamento qualitativo della new wave dei birrifici britannici, forse ancora non ho capito nulla.

Potrebbe essere il frutto di un confronto impari, della miglior birra estrapolata dalla produzione Fuller's e della meno rampante birra della Orkeney Brewery.
Sta di fatto che queste due birre dei rispettivi birrifici mi hanno comunicato molto in termini di sensazioni ed impressioni.

La delusione, credo si sia capito, è stata la Skull Splitter. E' una scotch ale del birrificio scozzese con sede sulle isole Orcadi, da cui prende appunto il nome originale Orkney Brewery.
Devo dire che ho letto di definizioni di barley wine riferite a questa birra, ma in realtà non lo è, tanto che in etichetta appare semplicemente come Scotch Ale.
In realtà lo stile più preciso è quello delle wee'heavy o strong scotch ale, che si differenzia da ale scozzesi più leggere dette scottish ale o scottish light. Dunque, scottish per le leggere, scotch o wee'heavy per quelle più cariche.
Io stesso l'ho appreso dopo aver riletto il mitico Progettare grandi birre e la sua parte storica su ogni stile.
Tornando alla birra, schiuma soffice ma non compattissima, bolle a grana grossa. Al naso ottimi odori tostati e bruciati, molto intensi e caldi. In bocca arriva un po' di delusione: 8,5%alc con un corpo abbastanza veloce, seppur non acquoso, ed una iniziale nota dolce che scivola subito tra l'affumicato ed il torbato per disperdersi tra un amaro un po' secco e corto.
L'ho accompagnata a frutta secca assecondando un po' quei sentori quasi stantii quasi fumosi, ma disturbati da caramello e melassa eccessivamente per i miei gusti.
Non un bere caldo, avvolgente. Una birra un po' slegata.