domenica 28 ottobre 2012

Si parte per il Belgio: la mia tabella di marcia

Questa settimana, finalmente, sarà Belgio.
Dopo averlo tanto sognato e programmato, finalmente metterò piede in una delle terre più prolifiche e tradizionali dal punto di vista birrario.
Ovviamente non scriverò nulla prima del ritorno.

Giusto per cominciare a pregustare, credo sia bello ed invitante tirare una scaletta dei posti che vorrò visitare.
Il mio viaggio, per questo giro, prevederà solo visite per Bruges e Gent oltre che ad un soggiorno di qualche giorno a Bruxelles.
Ho scelto così per non sovraccaricare inutilmente questa incursione, soprattutto perchè in una sola volta non si potrebbe comunque vedere tutto. A questo punto, dunque, meglio fare delle scelte e godersi una parte di Belgio come queste belle e birrariamente ricche città piuttosto che sbattersi inutilmente e godersi poco.

Ed allora ecco la mia "lista" di beer hunting tra queste tre città!

venerdì 26 ottobre 2012

Migdal Bavel, Orval, Donker: degustazione ed abbinamenti al Birrarium

Ancora una bella serata targata Luppulia, stavolta tra le mura del Birrarium.
L'evento è stato una serata di degustazione con tre piatti abbinati ad altrettante birre, tutte molto diverse tra loro.

Si parte con una breve presentazione con un cenno alla varietà di stili birrari esistenti, al concetto di stile ed alle fasi della degustazione stessa.
Coadiuvato dalla ruota di Meilgaard e da un'ottima scheda di degustazione (usata da Kuaska ed Unionbirrai, tra l'altro), ho percorso insieme ai presenti le varie voci soffermandomi sui descrittori e sullo sforzo necessario per individuarli.
La degustazione non è certo facilissima nè permette un rapido apprendimento, ma è stato molto bello provarci tutti insieme ed ottenere, una birra dopo l'altra, giudizi abbastanza condivisi. Ognuno ha espresso il proprio giudizio seguendo la scheda e poi ho dato anche quello mio personale, notando una certa aderenza con la maggior parte dei presenti.

Siamo partiti con un filetto di salmone marinato agli agrumi, abbinato ad una Midgal Bavel, pazza saison realizzata da Extraomnes con gli americani di Stillwater.
Avevo già provato questa birra alla spina questa estate, sicuramente la versione in bottiglia è diversa e meno spumeggiante, anche se resta un'ottima interpretazione di saison.
Spezie e frutta a polpa gialla al naso, un colore della schiuma bianco con bolle a grana fine. In bocca esplodono il citrico del frumento ed il balsamico delle spezie (mirra) a dare qualcosa di incensato, poi arriva una secchezza che esalta un pepato finissimo e diffuso ed un amaro vegetale, non lunghissimi ma rinfrescanti così come la birra stessa voleva essere.

giovedì 25 ottobre 2012

Intervista (tradotta) a Papazian per il Salone del Gusto

Comincia oggi il Salone del gusto 2012 a Torino, manifestazione promossa da Slow Food e che ormai abbraccia il mondo della birra artigianale con stand di espositori ed associazioni birrarie nazionali.
Qualche mese fa leggendone il programma fui sorpreso dalla presenza di un mito del movimento mondiale come Charlie Papazian, ed ammetto che se per un attimo ho pensato di esserci è stato proprio per la sua presenza.

Mi accontento di riportare una traduzione personale dell'intervista che lo stesso Papazian ha concesso alla giornalista Slow Food, Giorgia Cannarella, comparsa su di un sito che vede spesso interventi dello stesso Papazian, e cioè Examiner.com.
Eccola!
Recentemente sono stato intervistato dal giornalista di Slow Food Internazionale Giorgia Cannarella. Questa intervista è originariamente apparso sotto il titolo "piccoli produttori artigianali: unitevi!" nella pagina Novità del Salone Internazionale del Gusto e precede le mie presentazioni-workshop del 26 ottobre e 27 workshop dal titolo "agricoltori, birrai e consumatori: unitevi! "e "da est a ovest, da nord a sud ... Beers on the road!"

Il Salone del Gusto è un evento internazionale di prodotti alimentari e bevande per i consumatori che si svolgono a Torino, Italia, ogni due anni. L'evento di quest'anno corre 25-29 ottobre in collaborazione con Slow Food Terra Madre

Giorgia: Negli ultimi anni, molte cose sono cambiate nel mondo della birra americana. Oggi la birra artigianale è conosciuta un po 'ovunque. Pensi che ci sia ancora spazio per la crescita? Qual è l'obiettivo principale su cui concentrarsi ora?

martedì 23 ottobre 2012

Dov'ero rimasto? Gasteam e Saisonrose...

In periodi di stasi degustativa non è che non si fa nulla qui, anzi.
Si brassa sempre, ormai ad un certo ritmo dopo la pausa estiva.

E mentre ci si arrovella per le prossime ricette, i prossimi nomi ed etichette, ne approfitto semplicemente per riprendere le due birre realizzate in questi mesi e le quali etichette non ho mai svelato, vuoi per tempo, vuoi per una certa riservatezza in vista di qualche concorso di homebrewing.

La prima è la Gasteam, una california common realizzata a giugno 2012.
Birra ibrida, essendo una alta fermentazione a basse temperature, sempre a cavallo tra le fermentazioni basse e quelle alte per questa dicotomia.
Presentata al Concorso HB Tribirra 2012 ha beccato il primo posto, e va bene così.
Il nome è tutto un programma: lascio immaginare le temperature estreme di giugno e la fatica per brassarla. Questo stile ha come riferimento in commercio la Steam Beer di Anchor, unico birrificio a brassare questa birra vecchia di più di un secolo ma nativa della California. Bestemmie da afa e steam (vocabolo inglese che vuol dire vapore, che la tradizione birraria associa alla grande carbonazione delle birre infustate dovuta ad alte temperature per lieviti lager, o pare possa anche simboleggiare il tanto vapore che veniva fuori dalle vasche di raffreddamento poste sul tetto dei birrifici). Nome alquanto immediato, quindi.
Nel bicchiere nei mesi ha perso un po' di forza e freschezza, ad agosto era davvero molto piacevole, dissetante con quel leggero amaro finale e grande gasatura. Da riprovare, con qualche aggiustamento sui luppoli soprattutto.

mercoledì 17 ottobre 2012

Support your local (apulian) brewery


Visitare un birrificio è sempre un'esperienza importante per degli appassionati, al di là che si sappia o no come si produce birra artigianale.
L'aria che si respira è piena di gesti quotidiani che i birrai compiono per realizzare con le proprie mani e con le attrezzature in acciaio inox vere e proprie opere farina del loro sacco, un sacco maltato.

Tre giorni fa sono stato in visita dal Birrificio Decimoprimo a Trinitapoli (BT) in occasione di una domenica "porte aperte" per far conoscere meglio il birrificio ai curiosi.
Il birraio Michele Cognetti è stato ben lieto di accogliere anche il nostro gruppetto, ed è stata una buonissima occasione per renderci conto del suo modo di lavorare.
Impianto da 10 hl con due fermentatori da 20 hl pronti a ricevere in consegna le sue birre durante il processo. Tante idee per le prossime birre e tanto entusiasmo.

E' stato un ulteriore momento di riflessione sul ruolo dei birrifici nel panorama locale del mondo beverage e delle potenzialità che possiedono nelle loro mani.
Lo leggo anche in questo birrificio ma è anche un pensiero che mi sono imposto diverse volte io stesso e che condivido negli intenti: "I support my local brewery".

Il messaggio è abbastanza chiaro, l'invito è quello di sostenere i birrifici locali.
Questa campagna di sensibilizzazione è figlia della cultura birraria americana degli ultimi decenni di rinascita, ma non troverebbe nessuna difficoltà con la filosofia "slow" o "km0" tanto di moda in Italia.
Ma c'è dell'altro, a mio parere.

In USA questa espressione è un vero e proprio movimento, o meglio è il sotto-movimento Support Your Local Brewery che si colloca all'interno della Brewers Association. Si tratta letteralmente di "un movimento nazionale di appassionati, associazioni di professionisti e birrai dedicato a proteggere e promuovere gli interessi legislativi e normativi dei birrifici micro, indipendenti e tradizionali americani".
Ed ancora, "come "Attivista della birra per Support your local brewery" riceverai un avviso quando una questione legislativa nazionale minaccia i birrifici della tua comunità locale".
Qualcosa di simile in Italia forse la prova ad assolvere MoBI, con le iniziative passate di controllo dei prezzi, ma un vero supporto ed un osservatorio radicati sul territorio grazie a gruppi di "fanatici" volontari al momento non esiste.
Dunque, il tipo di supporto americano alla questione va già oltre il lato economico, dando per scontato che il consumo di birra "locale" stia alla base degli obiettivi del movimento. C'è da dire che in USA sono molto diffuse le "tap room", cioè locali attigui ai birrifici, che sono aperte nei loro stessi orari e che assicurano un certo consumo creando anche un certo attaccamento.
Da noi forse non è ancora così.
Consiglio su questo le ottime impressioni portate dal guru Stefano Ricci sul forum MoBI dopo un viaggio tra i birrifici californiani.

venerdì 12 ottobre 2012

Un'altra real ale, Top Hop Best Bitter

Seconda ed ultima serata inglese di La Cantina della Birra, realmente inglese per la presenza di una real ale spillata a pompa.
Occasione avvenuta due settimane fa e che con successo anche ieri ha visto la curiosità e la voglia di assaggiarla da parte di diversi appassionati, me compreso.

Il birrificio è sempre Hornbeam con una birra diversa. Stavolta è toccato ad una delle bitter di casa, la Hop Top Best Bitter.
Poche parole spese sul sito web e pochissime trovate in giro. Non è così frequente il ricorso al marketing in un mondo brassicolo che affonda le sue radici sulla tradizione, sulla voglia e bisogno di bere birra quotidianamente, sui consumi sempre alti e sull'attaccamento a pub e birrifici locali.
Tutte cose che noi qui ci sogniamo, ergo il marketing e la promozione.

Questa bitter ha una buonissima schiuma compatta e pannosa di colore bianco. L'aspetto è di colore biondo con qualche riflesso dorato. Al naso l'aroma è poco intenso ma rimanda con molta probabilità a luppoli East Kent Golding o giù di lì, caratterizzati da un fruttato delicato di agrume.
In bocca l'equilibrio si gioca in poco spazio: un profilo maltato in evidenza a dare un corpo relativamente medio, un amaro leggermente avvertibile solo sulle labbra, poi sempre più si addentra un sorso dopo l'altro.
Abbastanza secco il finale rispetto all'attacco appena dolciastro. Una premium bitter o best bitter sulla carta e nel bicchiere, con 4,2% alc. e qualche sporgenza luppolata.

mercoledì 10 ottobre 2012

Una delusione ed una sorpresa: Skull Splitter e London Porter


Quando penso di aver capito l'andamento qualitativo della new wave dei birrifici britannici, forse ancora non ho capito nulla.

Potrebbe essere il frutto di un confronto impari, della miglior birra estrapolata dalla produzione Fuller's e della meno rampante birra della Orkeney Brewery.
Sta di fatto che queste due birre dei rispettivi birrifici mi hanno comunicato molto in termini di sensazioni ed impressioni.

La delusione, credo si sia capito, è stata la Skull Splitter. E' una scotch ale del birrificio scozzese con sede sulle isole Orcadi, da cui prende appunto il nome originale Orkney Brewery.
Devo dire che ho letto di definizioni di barley wine riferite a questa birra, ma in realtà non lo è, tanto che in etichetta appare semplicemente come Scotch Ale.
In realtà lo stile più preciso è quello delle wee'heavy o strong scotch ale, che si differenzia da ale scozzesi più leggere dette scottish ale o scottish light. Dunque, scottish per le leggere, scotch o wee'heavy per quelle più cariche.
Io stesso l'ho appreso dopo aver riletto il mitico Progettare grandi birre e la sua parte storica su ogni stile.
Tornando alla birra, schiuma soffice ma non compattissima, bolle a grana grossa. Al naso ottimi odori tostati e bruciati, molto intensi e caldi. In bocca arriva un po' di delusione: 8,5%alc con un corpo abbastanza veloce, seppur non acquoso, ed una iniziale nota dolce che scivola subito tra l'affumicato ed il torbato per disperdersi tra un amaro un po' secco e corto.
L'ho accompagnata a frutta secca assecondando un po' quei sentori quasi stantii quasi fumosi, ma disturbati da caramello e melassa eccessivamente per i miei gusti.
Non un bere caldo, avvolgente. Una birra un po' slegata.

lunedì 8 ottobre 2012

L'indipendenza di pub e birrerie


Se l'argomento indipendenza per un birrificio può essere legata ad una mera definizione più che ad una questione sostanziale, non ci sono analogie sul tema dell'indipendenza riferito a birrerie e pub.

Per introdurre l'argomento e ricordare qualche spunto di cui parlare, pesco volentieri la pagina di descrizione della manifestazione itinerante United Indipubs, quest'anno giunta al secondo anno.


"In uno scenario mondiale, ma sopratutto italiano, dove sta crescendo esponenzialmente la cultura della birra, ci poniamo l’obiettivo di esportare il modello delle Free House inglesi nel nostro territorio, mettendo in evidenza la caratteristica di universalità della birra stessa.
Le Free House inglesi detengono due principali caratteristiche, la prima è quella della totale indipendenza rispetto alle major della birra attraverso l’acquisto degli impianti di spillatura in proprietà; la seconda è la centralità del publican, il cosiddetto spillatore.
Siamo fortemente convinti che il publican debba diventare una figura professionale che rientra a tutti gli effetti nel meccanismo produttivo-distributivo del prodotto, assumendo un ruolo di educatore e profondo conoscitore della materia, il publican, possiamo affermare, è colui che fa fare il salto di qualità al prodotto spillato.
Un’educazione alla degustazione che mira a diffondere tale passione a livello popolare, combattendo la creazione di caste o meccanismi elitari, al fine di arrivare ad una coscienza consumistica legata alla qualità e non alla quantità.
E’ quindi la passione il leit motive del nostro progetto, una passione condivisibile dal primo all’ultimo anello della catena produttivo-distributivo della birra, a partire dal produttore, passando per il publican, fino all’appassionato consumatore finale.
Il messaggio che vogliamo far passare deve arrivare forte e chiaro, non è necessario affidarsi ad un marchio per aprire un pub, dobbiamo favorire la totale libertà di movimento rispetto alla birra da spillare. La scelta dev’essere nostra, al 100%.
[...]Si tratta di una sfida lanciata con grande passione, con la convinzione che il tema centrale nella diffusione culturale del prodotto siano il contatto umano, il confronto di idee, l’unione d’intenti, caratteristiche lontane dalle sterili logiche imposte dal mercato."

Il tema centrale, dunque, è la proposta di svincolamento da impianti non di proprietà, ricevuti in comodato o in nolo da distributori.
Credo chiunque mi legga sarà d'accordo nell'affermare che avere un impianto di proprietà di un distributore implica l'obbligo acquistare fusti solo da quel distributore, e quindi solo birra industriale pastorizzata.
E' ragionevole e logico a pensarci, tra l'altro è (ahimè) anche la realtà.
Le cose funzionano così, non sto dicendo certo una novità.
Questo, però, come si inserisce nel mondo micro italiano?
Sicuramente è un blocco, un ostacolo, un impedimento alla diffusione della birra artigianale di qualità, italiana o straniera.

venerdì 5 ottobre 2012

L'indipendenza dei birrifici

La terminologia non è il nostro massimo.
Non ci riusciamo mai a mettere d'accordo su come definire qualcosa in tanti campi: nella politica, nella giurisprudenza, nelle arti.
Non fa eccezione la birra. Mettiamo da parte l'ormai infinita storia sul termine "artigianale", sul significato riferito ai metodi piuttosto che al prodotto finale (da cui si cerca una certa costanza produttiva, la quale cozzerebbe sul concetto di unicità legato al lavoro artigiano).

A complicare le cose, ultimamente, spunta anche un'altra parolina magica.
Indipendente.
Cosa significa in particolare?


Dunque, analizzando il termine vorrebbe riferirsi ad una mancata dipendenza di un'entità dall'altra o da altre.
Nel caso di un birrificio si parla di indipendenza su cosa in particolare?
Il polverone si è sollevato diverse volte sulla questione, questa quella più illuminante, a mio parere. Provo a descrivere anche quello che penso io.
Non vuol essere nè un attacco nè una critica, ma una semplice riflessione riferita alla realtà piuttosto che agli idealismi.

Non è neppure facile descriverlo dato che ognuno lo spiega a modo proprio, o meglio, ognuno dichiara apertamente "indipendenza" secondo propri criteri o in riferimento solo a determinati aspetti.
Per esempio, c'è chi si dice indipendente perchè non ha legami con associazioni di categoria e ritiene di non essere "spinto" da nessuno nel mercato della birra di qualità.
C'è chi fa riferimento alla filosofia, libera da legacci o gusti standardizzati o interessi di sorta.
C'è chi si mantiene vago proclamando una superiorità intelletuale ed idealista.
C'è anche chi dice di selezionare i migliori malti tra quelli esistenti, solo in base al proprio gusto.

Personalmente non mi ha mai convinto al 100% nessuno di queste presunte spiegazioni, per un paio di semplici motivi, anzi lo potrei riassumere anche semplicemente in un motivo.
Le materie prime.
Innanzitutto, per logica e per evidenza, non è sempre vero che ci si rifornisce un po' di qua e un po' di là per scegliere i malti migliori, per esempio, o i migliori luppoli.
Attenzione, ci sono birrai che lo fanno seppur raramente, e che vanno in Germania per luppoli.
Ma allora arriviamo all'altra contraddizione: come puoi definirti indipendente se sei "costretto" a rifornirti da qualcun altro?