lunedì 26 novembre 2012

La peggio gioventù di quaggiù


una lavagnetta con nomi e grado alcolico, che tanto se sono sbagliati non se ne accorge quasi nessuno

una selezione di Brewdog, perchè non vuoi sembrare nè vecchio nè noioso

una Toccalmatto o dintorni (che non fa primavera), 15 euro, purchè tu ce l'abbia (c'era una volta Baladin)

una buona selezione di birre, qualsiasi, purchè italiane, di quelle che puoi sparare a prezzi alti e da cui puoi prendere sempre le distanze, purchè fighe. poi non gli spieghi la differenza tra una Menabrea e una birra del Ducato...

una grande selezione di birre non per educare ma per stupire, qualsiasi, purchè straniere e con le etichette cartoon, purchè si vendano. poi non gli spieghi la differenza tra De La Senne e Grimbergen

una fetta di birre che descriverai, nel dubbio, come belghe, mentre le altre come luppolate

una via di Paulaner, pizza e "vaissss" sono l'altro 80% della tua clientela

un frigo, piccolo o poco pieno in numero di esemplari per birra, perchè l'ordine lo fai ogni due mesi quando va bene. o peggio ancora, un abbattitore di temperatura, comodo, facile, indolore (per te)

una serata che chiami festa della birra di tanto in tanto, mentre quella che fai in autunno continua a chiamarla Oktoberfest, mi raccomando

una certa umiltà che ti porta ad erigerti il massimo esperto regionale di birra, il miglior imprenditore ed il miglior publican, e che ti legittimi a fare le cose per conto tuo

sabato 24 novembre 2012

Equilibrista, nomen omen


Che dire, un'altra seratona da Infermento della serie di occasioni che Luppulia sta dedicando alla conoscenza dei grandi birrifici italiani.
Dopo quella dedicata al Birrificio del Ducato qualche mese fa, stavolta la ghiotta occasione era quella di avere fusti di Birra del Borgo, birrificio in piedi dal 2005 a Borgorose (Rieti).

Salto la cronaca delle prime tre birre, già raccontate sul sito Luppulia a questo link, per balzare ad una birra sorprendente. All'inizio sembra la solita birra col vino "all'italiana", poi una fermentazione spontanea ed infine si mostra per quello che è.
Giuseppe sorprende tutti con questa chicca, inizialmente non prevista per la serata. Si tratta dell'Equilibrista, una delle birre sperimentali del birrificio laziale. Brassata impiegando la ricetta della loro birra al farro (Duchessa) con l'aggiunta in pari quantità (50:50) di mosto del vitigno Sangiovese (che entra nella composizione di vini Chianti), e successivamente sottoposta al metodo Champenoise

giovedì 22 novembre 2012

I fermenti di Birranova: la nuova linea Why Not ed altro

Rispetto al panorama pugliese credo nessuno possa negare il fatto che siano i più attivi. Lo dico alla luce dei fatti. Forse si può solo osservare che il fumo deve essere seguito dall'arrosto, ma credo quasi sempre dalle parti di Triggianello questo avvenga.
Le novità pugliesi ruotano quasi esclusivamente attorno a Birranova, ed essendomi messo in testa (maledetto quel giorno...) di raccontare la scena pugliese ad una seppur piccola platea di interessati, mi ritrovo quasi sempre a parlare di Donato e delle sue birre.

Ci sarebbero tante birre di cui parlare, cercherò di fare un po' di ordine.

Parto da qualcosa di concreto, e cioè il progetto Why Not. Chi frequenta il pub di mescita La Cantina della Birra si sarà imbattuto nell'omonima birra, una "smoked american ipa" molto accattivante e sicuramente innovativa. Da ora in poi Why Not non rappresenterà più una singola birra ma una sotto-linea produttiva.
Una serie di birre presumibilmente più pensate per un pubblico più disimpegnato (ed aggiungo io, per la vendita presso beer shop) nel formato da 33 cc. Cambia un po' la grafica, che dai pochi indizi sembra quasi militaresca.
Il pay off del marchio recita "tre nuove birre che dichiarano guerra (pacifica) alle convenzioni".

La prima di queste Why Not è la Check Point. Il significato intrinseco del nome è l'essenza delle sue caratteristiche. E' una birra dalla trama maltata tedesca, con 6,5% alc. , dove viene superato il confine tra due mondi luppolati (quello americano e quello tedesco) raffigurati in etichetta. Una birra che vede l'impiego di luppoli nobili ed americani sia in amaro che in aroma, quasi a sfidarsi. Il risultato è di grande interesse, per un corpo che si sostiene con questi amari non più riconoscibili ma quasi incensanti al gusto.
Da due luppolature ne nasce una terza, summa delle due, dove forse il contributo in amaro è più da attribuire agli americani e quello in aroma ai tedeschi, contro ogni aspettativa. Inutile girarci ancora intorno, la Check Point rappresenta un bell'esperimento nonchè un incontro tra due profili gustativi che il mondo vuole in lotta, ma che possono convivere.
Sulle altre due birre della linea non credo il punto interrogativo resterà a lungo.
Infatti...Birranova compie 5 anni a giorni, e festeggeranno qui svelando le prime due birre della linea, quindi si saprà qualcosa sulla seconda dopo la Check Point.

mercoledì 21 novembre 2012

Yellowhammer, una martellata di gusto

E' stata una toccata e fuga da La Cantina della Birra quella di ieri. Sia per me che per la birra-novità attaccata alle spine.
Come piacevolmente si sta ripetendo in questi mesi, stanno facendo comparsa oltre alle birre di Birranova anche fusti una-tantum di birre reperite altrove. E' già successo per due real ale dell'inglese Hornbeam e si è ripetuto ieri con la Yellowhammer di Black Isle.


Il birrificio scozzese, che nell'ultimo anno ho visto presente anche nei beer shop nostrani, ai miei occhi soffre un po' dell'alone di mito dei colleghi di Brewdog e credo non meriti di essere in ombra in questo modo.
Magari per loro è anche un bene, ed in effetti credo non gliene possa fregare di meno visto che producono birre abbastanza diverse, decisamente meno pazzerelle, ponendosi a metà tra la tradizione del bere albionico e l'innovazione sfrenata portata a braccetto dal marketing.
Infatti più che gridare alla Ri-voluzione, il loro obiettivo pare essere una E-voluzione, e credo il riferimento lontano verso i colleghi di Fraserburgh non sia neanche molto velato o difficile da cogliere.

Aspettavo con una certa ansia di assaggiare questa birra, un po' per la gola che fa una qualsiasi novità, un po' per assaggiare un'altra birra di questi scozzesi avendo bevuto mesi fa la loro Blonde.

sabato 10 novembre 2012

Bruges: Cambrinus, Staminee De Garre e De Halve Maan

Ultimo atto della serie di post sul viaggio birrario in Belgio. Ci arrivo un po' con fatica nello scrivere ma anche con nostalgia e consapevolezza che queste esperienza, in realtà, sono le più belle da condividere e raccontare, più di ogni altra degustazione a casa propria.

La tappa a Bruges è tutta un programma. Ancora Fiandre, quindi, il giorno dopo essere stati a Gent.
Bruges è un gioiellino e condivide con Amsterdam il titolo di "Venezia del Nord" anche se sono città molto diverse già a livello demografico. E' una cittadina ricavata tra canali e vie fluviali e conserva un aspetto medievale autentico ed intatto, anche con la pioggia (come è capitato a noi), anche senza luce, anche (o soprattutto) di sera, con le soffuse luci arancio che sbattono sulla pietra antica degli edifici.

E' difficile perdersi a Bruges, qui consultare una mappa risulta quasi superfluo una volta raggiunto il centro, il Burg ed il Markt, piazze centrali ed affollatissime di turisti.
Dopo un giro panoramico della città, a piedi ed in barca, avvicinandoci all'ora di pranzo ci dirigiamo prima verso il Beer Shop De Struise, che però troviamo chiuso. Ci promettiamo di tornarci il pomeriggio ma poi avremmo optato per una favolosa cioccolateria, e così le loro birre (solo bottiglie) decido possono anche aspettare.
Dopo questo flop andiamo dritti verso un gran bel posto, il Cambrinus, situato a pochissimi metri dal Markt.
Il posto è affollatissimo data la possibilità di assaggiare anche ottimi piatti a base di birra. Restiamo al bancone in attesa di un tavolo. La velocità ed efficienza del personale sono elevatissime, sia nel versare e spillare birra correttamente, sia nel gestire l'enorme sala e la cucina.

Al bancone mi perdo nel beer book, ovviamente, ma scelgo subito una delle loro birre della casa, la Gambrivinus Blond (indicata anche come Blonde van de Cambrinus), birra che mi risulta prodotta dal birrificio Van Steenberge. Abbastanza buona, molto fruttata al naso anche se sembra fotocopia di altre birre di questi giorni. Ha un attacco dolciastro ed una moderata secchezza finale, tipologia e schema sempre abbastanza appagante.

Altra bionda che assaggiamo è la Poperings Hommelbier, brassata dalla Brouwerij Van Eecke. Questa risulta un po' più equilibrata e secca delle precedente, dato l'utilizzo diverso dei luppoli, presumibilmente provenienti proprio dalla zona del Poperinge, situata sempre nelle Fiandre ma più a sud, nota per i grandi, numerosi e produttivi luppoleti. Pensavo una birra molto più commerciale, invece si difende più che bene.

Il pezzo forte arriva quando ordiniamo da mangiare uno strepitoso coniglio alle prugne cotto con birra bruna, la Gambrivinus Bruin (una belgian amber ale). Qui le bionde, oltre ad essere già finite nel bicchiere, non andrebbero molto bene per accompagnare i favolosi sapori ed odori di questo piatto, tra l'altro tipico.
Decido di prendere una birra sicuramente scura, ma che con la frutta matura e l'acidità della prugna possa andar bene. Ricordo del suo gusto particolare che ho appreso ma che non ho mai assaggiato, ed allora punto tutto sulla Oerbier del divino De Dolle (che quando ordino mi viene corretto nella pronuncia con un "ùurbìr"...ok, comunque è quello che voglio ordinare). Non potevo fare scelta migliore, sia come birra in se' che come abbinamento.
Frutta matura ed etilico quasi vinoso, mentre la parte appena acidula tende a sgrassare in maniera meravigliosa l'oleoso del piatto. Questa è una birra su cui è peccato scrivere pochissime righe, ma purtroppo in certi contesti non si riesce a degustare al meglio. Ho apprezzato più che altro l'abbinamento, ma su questa maestosa birra dal fine equilibrio maltato-fruttato-lattico lascio raccontare le vicende storiche ed il volto del birraio da chi ne sa più di me. Posso solo dire di aver svuotato il bicchiere ed il piatto con suprema soddisfazione.

venerdì 9 novembre 2012

Gent: Waterhuis aan de Bierkant e Dulle Griet

Se Bruxelles vale un viaggio, le Fiandre valgono una gita per lo meno.
Al terzo giorno di permanenza in Belgio prendiamo il treno e ci dirigiamo a Gent. Tutto programmato però, non è stato un colpo di testa o di noia.
Tutto studiato nella solita formula integrata itinerario artistico-beer hunting che mi ha dato tante soddisfazioni quasi ovunque. Un assioma che ho formulato è che ovunque c'è birra buona, c'è clima cattivo e diventa fondamentale ottimizzare i momenti di riparo dagli acquazzoni o dal freddo in luoghi che restituiscano calore, un calore più forte di quello solare magari.

E' con questo approccio che dopo essere sbarcati in città e nel centro (abbastanza distante dalla stazione se il percorso è affrontato a piedi) ed esserci goduti per qualche ora sole e cattedrali gotiche sui canali, ci fermiamo in tarda mattinata nel primo dei locali che avevo segnato sulla mappa.
E' il Waterhuis aan de Bierkant, locale che si affaccia su uno dei canali della città. Il locale forse era aperto da qualche ora e c'era già dentro qualcuno. Un bancone ad L e bello lungo già fa sentire a casa, con 10 vie per birre alla spina ed un sacco di bicchieri appesi. Il proprietario è anche giovane nonostante il luogo sembri volersi ancorare alla tradizione. Spiccano i riconoscimenti di ambasciatori ufficiali Orval da una decina di anni a questa parte.

Sfogliando le birre in bottiglia ma soprattutto quelle alla spina, mi faccio spillare prima di tutto una Duvel Tripel Hop. La birra ha vinto lo scorso ZBF 2012 nella classifica assoluta e rappresenta un'ottima innovazione della grande industria birraria belga (gruppo Duvel-Mortgaat, appunto) che più che contrastare l'onda luppolata, ci fa surf sopra mettendoci tutto quello che l'esperienza e la tecnica possono dare.
Ha un aroma davvero molto fresco, fruttato da lieviti ma anche dai luppolo USA Amarillo. Ha un amaro legatissimo alla vena maltata seppur asciutta di questa tripel, ed il tutto ne determina un equilibrio azzeccatissimo. Altra birra da segnalare tra tutte quelle del viaggio.

Andiamo su un'altra bionda, ma stavolta una più leggera blonde. Si tratta della omonima blonde Maneblusser del birrificio Het Anker (lo stesso della Gouden Carolus) e scopro in questo istante in cui scrivo che è stata descritta anche dal preparatissimo Alberto Laschi sul suo inbirrerya, uno dei pochi osservatori della scena belga profonda. Mi ha dato ottime sensazioni, un corpo poco pieno ma un aroma anche qui fruttato. Su una birra scarica avere una bevibilità così, sostenuta da caratteristiche appena maltate e molto rotonde, fa solo piacere. Altra grande birra anche questa, decisamente.

Per concludere torno alle spine per scegliere una birra più tipica delle Fiandre, ovvero la Bacchus del birrificio Van Honsebrouck. Si tratta di una birra rossa dal carattere acidulo ed acetico, classificabile come red flemish ale più che come oud bruin (come sembra comparire sul sito stesso). Tra questi due stili ci sono tante differenze, di cui parla Kuaska qui e Alberto Laschi qui, sintetizzabili dicendo che le prime sono appunto acetiche, le seconde più prettamente acide e lattiche. Una carbonazione molto piacevole ed un tocco acetico non troppo aggressivo fanno scorrere incredibilmente bene questa birra tra le fauci, con qualche tocco caramellato molto appagante ed alternativo.

giovedì 8 novembre 2012

Bruxelles parte III: Cantillon, Delirium Cafè e Moeder Lambic St. Gilles

Faccio un salto cronologico per raccontare la terza parte di Bruxelles, anche se farò riferimento al mio ultimo giorno trascorso in Belgio, giorno nel quale ho deciso di tornare all'ovile della capitale dopo le incursioni nelle Fiandre nelle città di Bruges e Gent.

La mia situazione è quella di un turista che (s)fortunatamente non è provvisto di alcun supporto mediatico come smartphone o tablet. Ho girato i locali della città senza la voglia di far sapere al mondo cosa stessi facendo in quel momento o cosa avessi nel bicchiere la tale sera. Credo di un viaggio birrario (anche di un viaggio qualsiasi) si stia perdendo quell'entusiasmo di raccogliere tutte le info possibili, appuntarsele su un foglio, tornare a casa e raccontarle contrapponendo delle parole a dei mini-resoconti flash che durano il tempo di uno sguardo distratto ad una foto.
Volente o nolente, ho girato per locali con mappa alla mano ed indirizzo da trovare. Perditempo, forse, ma decisamente avventuroso!

Avevo programmato di visitare qualche birrificio. Uno sarebbe stato senz'altro Cantillon, l'altro De La Senne. Contattato più volte Yvan De Baets, patron del birrificio, per chiedere di visitare il birrificio ma ricevo risposta positiva solo in viaggio. Ergo non avendo modo di leggerla, ho preferito non rischiare di fare un'odissea tramviaria per poi restare a bocca asciutta. Peccato mi avesse  anche risposto di sì...!


E così mi sono concentrato maggiormente su Cantillon, dove siamo stati tutta la mattinata.
Arrivare dal centro non è per niente complicato, 3 stazioni di metro o 30 minuti a piedi fino alle porte del quartiere di Anderlecht. Arriviamo prestissimo. Passiamo dal "siamo arrivati troppo presto, è ancora chiuso" al "ma siamo sicuri che anche oggi fossero aperti?". Basta provare ad impugnare il maniglione sulla porta in legno per vedersi aprire un mondo che esternamente non dà la minima impressione di esistere. Mattoncini rustici, un banco spillatura che non è altro che una serie di botti allineate in piedi ed un pungente fresco da cantina. Dal traffico alla maturazione in botte assicuro che è un bel salto emotivo.
Ci accoglie una dolcissima donna che poi ricordo essere la signora Claude Cantillon. E' lei che ci fa una piccola premessa al tour in italiano pur non essendo prevista, e che si compiace quando riesce a farsi capire nella nostra lingua.
Riusciamo a visitare per bene tutto lo stabilimento, dai tini di ammostamento alla mulitura dei malti tutto sembra (ed è) vecchio di qualche secolo. Al di là della tipologia di birre prodotte è davvero come fare un viaggio indietro nel tempo e nella tradizione artigiana. Unica novità è vedere qualche keykeg affianco alle botti, ma ben venga!
Il vero gioiello secondo me è la vasca di raffreddamento. Si trova sulla mansarda dove si trovano delle finestre, da cui entra aria fresca con i relativi lieviti selvaggi durante le ore notturne di raffreddamento. Mi ha stupito sapere che anche lo stesso grado di apertura di queste finestrelle è un fattore critico nelle mani del birraio per regolare velocità di raffreddamento e "inoculo" di lieviti e batteri.

Alla fine del tour ovviamente ci soffermiamo nell'area dedicata agli assaggi compresi nel costo del biglietto, e vediamo che oltre a tanta gente è presente anche lui...Jean-Pierre Van Roy. Pur non essendo un seguace del lambic e del mondo spontaneo, lo riconosco e fremo per poterci scambiare qualche parola. Ne approfitto nel momento in cui termina un'intervista. Impossibile non leggere sul suo volto la storia di una cultura brassicola unica, intramontabile e resistente al tempo ed alle distanze. Nonostante io la mia esaltazione riesca a comunicargliela, egli si rammarica per non poterci essere alla consueta "brassin public" (cotta pubblica) del successivo week end. L'importante è esserci stati, gli dico, ed approva.
Sorseggiamo un Lambic piatto (vedi l'articolo dell'immancabile Stefano Ricci a chiarire cosa sia), versato dalla consueta brocca e spillato da qualche botte.
L'atmosfera è sicuramente unica, difficile non farsi conquistare.

mercoledì 7 novembre 2012

Bruxelles parte II: Bier Circus e l'esagerato Moeder Lambic Fontainas

Ancora Bruxelles, quindi, per una giornata intensissima.
Salto a pie' pari la cronaca delle visite per la città, piena di cattedrali gotiche, affascinanti e nella quale altezza ci si perde davvero facilmente.

La prima sosta del giorno è al Bier Circus, locale abbastanza moderno rispetto ad altri, che propone un arredamento circense affianco ad oggettistica birraria: vassoi per birra usati come sottovasi, casse di Westvleteren come paralumi ecc...

Cinque vie al bancone, con un ambiente più da pub ed uno più comodo. Ed è in questo secondo che prendiamo posto.
Vedo in menù Westvleteren d'annata a 40,00 €, così come Chimay 150 anniversaire ma in bottiglia da 75 cl, così mi concentro sulle birre alla spina in primis.

Continuando la rassegna delle acide, mi fiondo sulla Gueuze di Girardin. L'aroma per me è indecifrabile, ma quella acidità noto si smorza in bocca sorso dopo sorso. Mi starò mica abituando? Non male però.

Per tornare a sentire sensazioni a me più familiari scelgo dalle spine la Belle Fleur del belga De Dochter van De Korenan. Colore biondo dorato servita anche troppo fredda. Mi aspettavo una blonde (vedi ragionamento dello scorso post), ma in realtà è più articolata. A posteriori ho trovato si trattava di una belgian IPA, ma come sempre questo stile ha l'amaro molto meno avvertibile che in altri esempi anglosassoni.
Ad ogni modo, molto di frutta a polpa gialla e buccia di arancia, appagante anche se dimostra più alcol di quanto ne abbia (6%), o forse l'ho bevuta troppo in fretta.
Va da dio con un piatto tipico delle fiandre come il waterzooi, una zuppa di pesce (anzi, di pesci) ridotta in non so quale modo fantastico.

La terza birra non mi piace per niente, invece. Sempre dal tabellone delle birre alla spina scelgo una dubbel, la Keyte Oostèndse Dobbel-Tripel. Si tratta di una birra del birrificio Strubbe, ma la birra non è affatto una dubbel. a partire dal colore troppo carico si intravede la tostatura elevata che si avverte in bocca. Anche qui birra quasi ghiacciata, mi tocca aspettare molto per bere. Viene definita come quadrupel, ed i conti non mi tornano ancora. Corpo scarico ed etilico a mille con 9,2% alc, un enigma ed un po' di spazio perso per una birra migliore.

Archiviata la visita al Bier Circus, facciamo in modo che Bruxelles ci conduca da una piazza all'altra, da una chiesa all'altra, scoprendo angoli di città a piedi con un ottimo ed inaspettato sole.

Arrivata la sera, però, è il momento di dedicarci ad uno dei locali più discussi della città, nel bene e nel male.
E' il Moeder Lambic di Place Fontainas, a 5 minuti a piedi dal centro. E' il secondo di due locali, il primo, l'originale, è in un'altra zona di Bruxelles. Ci vado un altro giorno là.
Un'abbondanza di birre quasi "pornografica", con ben 46 vie al bancone e non so quante altre birre in bottiglia.
La serata è un evento speciale, si festeggiano i 3 anni di questo locale. Per l'occasione ci sono birre diverse da quelle usuali, sebbene al Moeder Lambic sia tutto organizzato con birre "ospiti" e birre "stabili" con una rotazione comunque velocissima delle prime.

martedì 6 novembre 2012

Bruxelles parte I: la storia del Poechenellerkelder e la tradizione del Restobieres

E' sempre complicato fare un resoconto dettagliato di un viaggio birrario.
Un po' perchè la pigrizia prende il sopravvento, un po' perchè alcune interpretazioni sull'approccio birrario di un'altro Paese è personale e difficile da rendere in parole.
Ma proprio questo voler comunicare come girano le cose e cosa si beve in questi luoghi mi spinge, in un modo o nell'altro, ad imbattermi in questo dolente (nostalgico, meglio...) viaggio all'indietro snocciolando le birre bevute, i locali visitati e lo spirito birrario di una nazione chiave come il Belgio.
Ho visitato le città di Bruxelles, Bruges e Gent, ma è dalla prima che partirò.

Arriviamo a Bruxelles nel pomeriggio, ma soggiorniamo in un ottimo hotel in pieno centro a costo basso e condizioni rispettabilissime, e così ci tuffiamo subito nell'atmosfera di questa capitale.

Il primo locale che incontriamo tra le vie del centro è il Poechenellerkelder, nome impronunciabile ma posto bellissimo, coreografico e parecchio fornito. I posti sui tavoli sono segnati da targhette intestate credo a vecchi clienti abituali, e questo la dice lunga sulla storia del posto.
Alla spina ci sono 6-7 birre della Brasserie De La Senne, mentre sul beer book si va dalle classiche trappiste alle tante fermentazioni spontanee.
Ci caliamo subito nell'atmosfera autoctona prendendo una Taras Boulba alla spina, caratterizzata da una carbonazione bassa, un amaro molto giovane e gentile per un appagante primo assaggio.
A seguire una bottiglia sempre di Stouterik, che appare invece con parecchio gas e molto cioccolatosa. Qualche nota di liquirizia leggera nel finale ne fa un'ottima stout da session beer.
Il personale del locale versa la birra ai clienti in pochissimi secondi, assicurando un ottimo cappello di schiuma e lasciando i residui di lievito in bottiglia come da copione, con una gestualità ed un rituale preciso ed efficiente allo stesso tempo.

Prima di partire avevo deciso che, nonostante non ami le fermentazioni spontanee, avrei potuto e dovuto godermi queste birre in occasione di questo viaggio, sia per impormi nuovi gusti e nuovi orizzonti, sia perchè avere queste occasioni e non sfruttare il patrimonio brassicolo locale non ha molto senso.
E così prendo confidenza con queste "birre acide" forse dal meglio. Non ho una buona mira su queste birre, ma credo di aver beccato molto bene scegliendo una Oude Kriek del birrificio Oud Berseel, che ha sede nella omonima cittadina Berseel alle porte di Bruxelles. Avevo sentito e letto molto a riguardo di questo birrificio tra gli ultimi avamposti della tradizione acida locale, anche recentemente sull'ultimo numero di Fermentobirra Magazine in un articolo nostalgico ad opera di Kuaska.
La schiuma è rosa ed evanescente, il dolciastro iniziale delle ciliegie griotte dura anche abbastanza a lungo supportato da una frizzantezza a livelli da spumante. L'acido si avverte verso la seconda parte della bevuta ed il corpo appare abbastanza carico. Assolutamente niente male, comincio a nutrire qualche speranza verso questi stili.
Locale assolutamente stravagante, con casse di Westvleteren attaccate a testa in giù sul soffitto, marionette ed addobbi storici dappertutto.