venerdì 20 dicembre 2013

Un anno di homebrewing

Tra viaggi, festival, eventi e bevute devo dire che di questo 2013 che si sta per concludere ho raccontato abbastanza. Ma se c'è una cosa di cui non ho parlato quasi per niente è l'homebrewing, che mai come quest'anno mi ha fatto raggiungere buoni risultati.


Ho perso l'abitudine di raccontare ogni singola cotta, nonchè le varie fasi di travaso ed imbottigliamento. Un po' per evitare di ripetermi, un po' perchè di ricette ormai se ne trovano dappertutto, ma anche perchè preferisco spendere del tempo a studiare ricette e leggerne a riguardo piuttosto che "cincischiare" con opinioni mie di birre mie che posso confutare o confermare solo io. Tempo un po' inutile.
Così come quello che prima impiegavo per realizzare etichette parecchio curate e che stampate ed appiccicate finivano dopo poco per procurarmi bisogno di altro tempo, quello per staccarle e ripulirle.
Insomma, ormai vado più sul pratico.

Ed allora, come riepilogo dell'anno, più che concentrarmi su quello che è successo come fatto lo scorso anno, mi dedicherò a riepilogare cotta per cotta cosa ho realizzato, anche un po' per tenere a mente come muovermi nel prossimo anno.

Dunque, senza diventare noioso, elenco stili ed eventuali ingredienti extra aggiunti, con qualche nota, foto e commento sul risultato:

martedì 17 dicembre 2013

La mia Roma sotto l'albero

Anche questa esperienza si conclude, e mi ritrovo ad archiviarla spendendo ancora una volta qualche parola.
Il Birre sotto l'albero 2013 è stata un'ulteriore occasione per me per mettermi a confronto con altri appassionati, romani e non, e per condividere assaggi e chiacchiere.

Arrivo domenica mattina, però, e già scende un velo di tristezza.
Dalle prime impressioni degli habituè, le birre migliori sono andate via tutte il sabato. Purtroppo dando uno sguardo alle spine, mi rendo conto che è vero.
Insomma, parto sognando belghe natalizie e mi ritrovo a bere birre session teutoniche. Si vede che doveva andare così, per cui mi ci butto ugualmente.
La prima birra è quella della sete, di quando arrivi in autobus e scendi vicino Ponte Sisto, e dopo una mezza corsetta sotto 10 minuti improvvisi di pioggia, ti senti di meritare. Dalle spine del Ma che siete venuti a fa' si parte con una pinta della Keller di Gaenstaller. Birra quasi primaverile come il bel sole che spunta poco dopo (che beffa): un gusto leggerissimo ma molto cremoso, una parvenza di freschezza ed immaturità, un amaro fine e soprattutto una carbonazione quasi inavvertibile con microscopiche bollicine a sostenere la schiuma. Buonissima, secca e senza storie!

Un salto al poco distante Open Baladin e si entra nel vivo: Cantillon Fou' Foune non molto fragrante ma deliziosa, e poi Mahr's Ungespundet, anch'essa kellerbier defatigante molto molto scorrevole.

Al pomeriggio è il momento di un laboratorio con Kuaska al Bir & Fud. Grandi birre mediamente.
Da segnalare soprattutto la Chrysopolis di Ducato, birra dal colore dorato a fermentazione spontanea avvenuta in botte. Davvero notevole, più vicina al lambic del previsto, a conferma della grande padronanza del mondo della birra da parte di Campari.
Non mi ha convinto molto la Orange Poison di Stavio Pontino, seppur fosse meno estrema e difficile di quanto potesse sembrare. Sono del parere che bisogna tagliare corto con questa gara all'ingrediente strano, anche se qui resta di fondo una piacevole secchezza ed una pungenza non impossibile conferita dalla mostarda. Ok però...bando alle ciance.
Bella la prova di resistenza data dalla BBevò di Barley, che con Perra in persona si presenta in ottima forma nonostante diversi anni sulle spalle. Un produttore serio come Nicola Perra vale più di cento birrai improvvistati, e questo mi riappacifica col mondo birrario italiano.
Da segnalare anche la nuova alle albicocche di Scarampola, chiamata Tocca l'albicocca. Non corre sul territorio dell'acido, e questo un po' mi spiazza rispetto alle aspettative. Ma mantiene un equilibrio notevole e conserva in bella vista note di frutta matura e del frutto in questione. Molto delicate e pacate anche la Le due lune del Birrificio dell'Aspide, una sorta di dubbel con due mesi di botte, ma anche la Tony Solo del birrificio Hibu. Stranissima, invece, la Nadàl di Foglie d'erba, birra passata in botti di rhum e decisamente estrema col suo aroma che per miracolo non scivola sui territori degli off flavor.

giovedì 12 dicembre 2013

Kerstbier, basta la parola: Père Noël, Winterkoninkske, Kerst, Santa Bee, Stille Nacht

A dicembre inoltrato non si può evitare di essere travolti dall'ondata di birre natalizie che comincia ad affollare gli scaffali dei birrifici dei beer shop e le spine di qualche evento (qui pochi o nulli, a dir la verità).

Desideroso di tuffarmi in questo mare alcolico caldo e piacevole, ieri sera al Birrarium ci siamo concessi cinque belle bevute, seguendo il filone delle kerstbier belghe.

Si comincia con la Père Noël, birra natalizia di casa De Ranke.
Si tratta di una birra moderatamente alcolica e ci va bene come inizio. L'aroma è di arancia candita, molto caldo ed incensoso. Bella la struttura, decisamente agrumata e maltata fino ad un certo punto perchè nel finale arriva un amaro carino. La secchezza contribuisce, ma il taglio amaro è senza eccessi, equilibrato nell'equilibrio che a sua volta conferisce all'intera bevuta. Una birra apparentemente banale ma godereccia quanto basta per essere apprezzata senza alcuna difficoltà.
Qui altre due righe su birrerya ed altre due su inbirrerya, con pareri discordanti tra Laschi e Schigi (rispetto a quella birra in versione 2007). Questa birrra a me non è dispiaciuta affatto!

Saliamo di livello, alcolico. Si passa alla Winterkoninkske del birrificio Kerkom. Molto bella la parte storica della scheda presente su Una birra al giorno, di cui riporto la spiegazione del nome:
Birra dedicata allo Scricciolo, in fiammingo appunto chiamato Wnterkoninkje (ovvero “il re dell’inverno”), il piccolo uccello ritratto anche in etichetta che tradizionalmente “annuncia” l’arrivo dell’inverno quando dalla campagna si sposta verso i centri abitati alla ricerca di un luogo meno freddo dove costruirsi il nido. Ma nella tradizione celtica lo scricciolo è anche legato al giorno di Santo Stefeno (Wren’s Day). Fu proprio questo uccello, con il suo canto, a rivelare ai romani dove fosse il rifugio di Stefano che fu poi catturato e lapidato.
La birra si presenta di colore mogano, con una bella schiuma fine. Al naso qualche neurone impazzito me la associa ad una Pannepot, anche se so si tratta di produzioni ben diverse. La nota che emerge è quasi caffettosa, mentre in bocca si trova di tutto: uvetta, fico secco, melassa, fino ad evolversi verso un amaro di radice di liquirizia. Scaldandosi va sempre più in crescendo, ma si mantiene abbastanza prevedibile, ad ogni modo, lungo tutta la bevuta. Birra assolutamente degna di nota, nonostante ne avessi un ricordo splendido risalente allo scorso anno, quando la bevvi al Moeder Lambic St. Gilles a Bruxelles.

lunedì 9 dicembre 2013

Puglia In Fermento "edizione natalizia": altro giro di Puglia nei TeKu

Si è conclusa ieri il secondo evento portato avanti da Eataly Bari dove hanno trovato spazio i birrifici artigianali pugliesi.
Dopo il buon riscontro di pubblico di ottobre, è stata confermata la formula: gettoni da 1€ corrispondenti a 10cl di birra. Una buona cosa per un consumatore che vuole assaggiare tutte le birre presenti, soprattutto le novità.

La lista dei presenti era questa:
Birrificio Gruit, Birrificio B94, Birrificio I Peuceti, Birrificio Castel Del Monte, Birrificio Birrapulia, Birrificio Svevo, Birrificio Birranova, Compagnia Brassicola Zerottanta, Birrificio Decimoprimo, Birrificio Bas. Oltre ai pugliesi, era presente una selezione di Birra del Borgo, Baladin e Birreria Eataly Bari.

Ho potuto assaggiare qualcosa in più della scorsa volta, quindi mi concentro solo su questi ulteriori assaggi (comprese le novità annunciate qualche giorno fa) nonostante sia stato piacevole bere anche altro.

Parto da Gruit, dove ho prima bevuto la Chiara e poi la Rossa. Il loro modo di brassare è molto molto semplice, poco caratterizzato sull'artigianalità del prodotto (sul ciò che differenzia l'artigianale, intendo, non sui processi ovviamente) e su un gusto pulito. La Chiara è una birra tutto sommato gradevole, poco maltata anzi equilibrata, ma dall'opinabile piacevolezza dal punto di vista olfattivo. La Rossa invece punta tutto su toni caramellati e poco altro, con una carbonazione anche un po' troppo invadente, a mio parere. Sarà che non ho molto feeling con queste produzioni da diverso tempo, ma nonostante i miei ripetuti tentativi di trovarci dei tratti distintivi, le reputo alquanto migliorabili in futuro. Mi scuserà, spero, il simpatico il birraio Carlo che ho avuto modo di conoscere meglio.

Di B94 ho riassaggiato la gradevolissima Terrarossa, di grande facilità ed eleganza e fin troppo generosa nella schiuma, ma ce ne fossero così di birre e di schiuma! Bypassando le altre Santirene e Warning Hop, ho avuto l'onore di assaggiare anche l'ultima nata, Classe 1943. Un barley wine maturato in botti di vini rossi al quarto passaggio, molto elegante al naso, con note di miele di castagno, probabilmente riscontrabile anche nella colorazione di un arancio carico. Dopo il piacevole aroma, in bocca si dimostra un po' più duro del previsto: la dolcezza sfuma in un amaro graduale ma avvertibile fino a fine corsa. Tutt'altro che sgradevole, anzi, di suo aiuta a spazzare via il resto.

Altri assaggi allo stand di Birrificio Svevo. Ho bevuto la Imperium, porter brassata da Vito Lisco, molto caffettosa e ricca di note di carruba, fave di cacao e melassa al naso. In bocca si conferma tale, con una bella struttura maltata, forse lesinando un po' sui tostati. La Germana, spillata, invece, era in versione rinforzata per l'occasione, ma l'ho saltata.

A proposito di I Peuceti, invece, ho bevuto la nuova arrivata Levante. Birra che si ispira alle IPA americane, realizzata con dry-hopping di luppolo Amarillo. Ed è quest'ultimo il tratto fondamentale della birra, ovviamente avvertibile in aroma, mentre in bocca la birra si siede verso un equilibrio a dispetto dell'amaro che caratterizza lo stile. Un tentativo di rendere più semplice uno stile in voga, spostando l'attenzione soprattutto sulle sensazioni olfattive.

giovedì 5 dicembre 2013

Nuove birre pugliesi da I Peuceti, Birranova, B94, BirrApulia e Decimoprimo

I birrifici pugliesi si sono dati appuntamento per questo mese di dicembre per uscire con qualche altro prodotto nuovo. Le informazioni, come sempre, si trovano quasi sempre solo spulciando in rete, per cui quello che scrivo in questo post è un semplice sunto si quanto sta per sbarcare sui nostri banconi.

Parto dal Birrificio I Peuceti, con sede produttiva a Bitonto, che dopo la birra d'esordio Cattedrale (golden ale) e la successiva Baresana (belgian ale), propone come terza creatura la Levante. Si tratta di una birra ispirata alle American IPA di 7,5%alc., che nella descrizione proposta dal birrificio si preannuncia con "accentuato aroma di luppolo con sentori floreali, fruttati e agrumati supportato delicatamente dal gusto del malto caramello. Corpo medio, moderata carbonatazione con un gradevole finale secco."
Sempre molto bella l'etichetta, c'è da ammetterlo.

Altra novità è l'ormai consueta birra natalizia di Birranova. Quest'anno Donato Di Palma si è concentrato ancora una volta su una birra molto alcolica a cui ha fatto seguire l'azione del legno. La birra si chiama Tensione Evolutiva ed è imbottigliata in due versioni: nella prima ha subito un passaggio in barrique di rovere (stesso schema de La Fine del mondo, analoga birra dello scorso inverno) rigenerate dopo aver ospitato diversi passaggi di vini rossi, mentre nella seconda la birra ha avuto una maturazione in botti di whisky (se la memoria non mi inganna, per la precisione di tratta di bourbon, quindi di origine americana). Avendo assaggiato mesi fa qualche sorso di queste birre, mi viene facile sbilanciarmi ed anticipare il mio giudizio molto positivo nei confronti soprattutto della versione in botti di whisky, che con un'ulteriore maturazione si sarà ulteriormente "evoluta", appunto.

lunedì 2 dicembre 2013

Meet the brewer: Jurij Ferri

Questo non sarà un post-fiume e non sarà nemmeno un post di degustazione sulle birre.

La serata di venerdì scorso al Birrarium di Acquaviva in compagnia di Jurij Ferri è stata bella in quanto piena di compagnia e di chiacchiere vere e piene.

Il birraio di Almond'22, il birrificio abruzzese tra i più longevi d'Italia, è sicuramente uno di quei protagonisti che si fanno sentire, che parlano, che dicono la loro sui temi più importanti del mondo birrario italiano, senza remore nè banalità, con la consapevolezza di dover dire quello che si pensa senza pressioni o simpatie.
Anzi, spesso chi ragiona con la propria testa spesso le simpatie non le attira più di tanto. Dal mio punto di vista questo porta birrifici come il suo a restare sempre un po' in disparte, nonostante la qualità, nonostante gli anni di attività, nonostante tutto.
Ricordo ancora queste parole di qualche tempo fa.
Le birre di Jurij non seguono stili alla lettera, piuttosto vi si ispirano tirando fuori altro.
Questo può non corrispondere esattamente alla mia personale visione del modo di fare birra, ma le sfumature tra il nero e il bianco secondo me esistono.

Nella C-Jaded si apprezza la freschezza del bergamotto calabrese in una birra che vuole essere una bitter, IBUisticamente parlando, ma ottenuta utilizzando il Vienna come malto base. Curiosa la scelta, per Jurij si tratta di una sfida: ottenere quel che si vuole con un certo coefficiente di difficoltà. Notoriamente sono ben altri i malti che costituiscono il grist di una bitter.

Anche la Pink Ipa ha una licenza poetica sul pepe rosa, e miete vittime ormai da qualche anno.

sabato 30 novembre 2013

Londra parte IV: The Harp, Lamb & Flag, The Windmill...e riflessioni

L'ultima serata a Londra doveva anch'essa essere speciale e lasciarmi qualcosa.
Dopo essere stati in pub di un certo valore storico, torniamo in zona Covent Garden per cercare The Harp.
Lo cercavo dalla sera precedente, ma non ci fu storia...con una mappa è diventato tutto più semplice.
Arriviamo e sembra da fuori un luogo piccolo e sereno. Avvicinandoci all'entrata si cambia velocemente idea e dentro diventa palese la concentrazione di gente in quell'orario pre-serale in cui agli inglesi piace proprio tanto uscire (anzi entrare) a bere.
Bolgia sia per gente che per patrimonio birrario, e più precisamente per numero di stemmini di birrifici (si dovrebbero chiamare tap label, non so come esprimerlo nella nostra lingua). Una bellissima vista ed un ottimo contorno al di sopra del serpentone di spine al bancone. Tante cose davvero.
Non so quasi da dove cominciare, ed allora chiedendo info alla publican mi destreggio un po' e comincio a scegliere.
Parto da una sorta di pale ale/strong bitter, è la Palmers 200. Purtroppo non si dimostrerà una buona scelta, nonostante al naso sembri ok. E' in bocca il problema, un burroso dolciastro stucchevole che indica la tanto temuta presenza di diacetile, davvero sparato alle stelle. Non riesco a finire metà della mezza pinta ordinata...
Fortunatamente imbrocco una strada migliore con la Best Bitter di Clarence & Fredericks, con sempre ben accetti luppoli nobili (sul sito leggo di Fuggles e Northdown), un corpo leggero ma non troppo, una facilità e piacevolezza che unite non possono che combinare gioie.
Il mio grillo parlante interiore mi fa notare che sulla lista scritta in lavagna ci sono anche dei perry, e che non ne ho ancora assaggiato uno. Sarà la volta buona, dato che l'indomani sarei ripartito? Beh, mi sa di sì...
Invece che essere alle spine del bancone, perry e sidri sono in piccoli cask da 10 litri (polypin) conservati in orizzontale nei frigoriferi alle spalle del bancone stesso. Evidentemente il consumo non è altissimo (è già tanto che stiano resistendo fino ad oggi), nonostante il rubinettino del rispettivo cask sia sempre pronto a tirar fuori qualche pinta per chi ne richiedesse.
Mi sono fatto consigliare, stavolta come non mai, non conoscendo alcun nome e trovandomi con gente alle spalle che fremeva e che non mi ha concesso di studiarla quella lavagnetta. Poco male, mi rammarica solo non poterne dire il nome del birrificio...anzi, come si dice? Sidrificio? Forse non esiste un termine neppure in inglese oltre un generico "cider company"...vabè.
Ad ogni modo questo perry era davvero buono. Da novizio della bevanda posso solo dire di aver avvertito un bellissimo carattere dolciastro, poche note vinose e quasi una presenza lattica, simile a quel mix di sensazioni acidule ritrovabili in bevande come le Berliner Weisse o il Lambic. Il tutto rendeva il residuo dolce della fermentazione della pera molto piacevole: una sorta di succo fermentato spezzato da bizzarri toni rustici. Una bellissima scoperta, che mi apre un modo e mi spinge nella ricerca di un modo per imbattermi nella produzione casalinga di perry. Vedremo.

Continuiamo a trotterellare per la zona in una pub crawl senza fine, soprattutto perchè vogliamo accompagnare un po' di (buon) cibo ma molti pub stanno chiudendo la cucina. Anche al Lamb & Flag riscuotiamo questo verdetto. Non manca occasione per osservare il locale, anch'esso molto bello e curato con diversi ambienti. Il solito "downstairs" con zona pub vera e propria, e "upstairs" con zona dove è più comodo mettersi a sedere. Ad ogni modo, niente da fare per noi. La selezione delle birre qui vede il dominio di Fuller's, con diverse birre che se avessi avuto modo e tempo avrei potuto provare. Andiamo avanti e così andiamo a beccare uno dei pochi che ancora serve cibo (sono le 20.15...ma si sa, loro sono così!), il The White Swan, e ci concediamo ancora una Nicholson's Pale Ale. Repetita iuvant.

venerdì 29 novembre 2013

Londra parte III: The Market Porter, Ye Olde Cheshire Cheese e Princess Louise

Con il post di oggi si entra in tre pub di tutto rispetto. Per storia, tradizione, riferimento dei locals.

Dopo un salto per la foto di rito presso il Tower Bridge, in pochi minuti raggiungo a piedi The Market Porter. Trovo la porta quasi invisibile per la quantità di bollini Camra presenti, e finalmente sono dentro.
Sottobicchieri attaccati sulle pareti, botti di birra a mo' di tavolini, un folto gruppo di vecchietti con un solo pullover indosso ed un pinta in rapido svuotamento poggiata sul bancone di fronte. Atmosfera perfetta.
I banconi sono diversi, si snodano lungo una linea curva e presentano diverse birre interessanti.

Per il pochissimo tempo che ho mi butto su una bitter, e non potevo fare scelta migliore.
Avrei eletto, poco dopo bevuta, questa Harveys Sussex Best Bitter la migliore della giornata e forse dell'intero viaggio.
Aroma di luppoli Fuggle che mi ci giocherei la casa, intenso, molto persistente. In bocca viaggia velocissima, secca, frutta secca e leggero toffee con un finale nuovamente luppolato in retronaso. Mezza pinta vola in un istante. Applausi a scena aperta.

Il publican alle mie domande risponde con degli assaggi: mi serve una Thunder Box Porter di Dorset Piddle’s Brewery, tanto floreale da non seguire quasi un filone produttivo americaneggiante, ma con una serie di tostati molto intensi a fare da corredo ad un tono appena di caramellato e di color rubino.
Qui c'era da rimanere ancora un po'. L'ora di pranzo era perfetta: poca gente ed i pochi presenti non erano turisti come me ma gente del posto. Meglio esserci stati poco che non esserci stati per niente!

Un paio di cambi di linee underground e siamo in Fleet Street per recarci in un'altra tappa importante: Ye Olde Cheshire Cheese. L'ingresso è situato non su questa via ma su un vicoletto che vi sbuca, e mi ricorda un po' qualche locale di Edimburgo con questi caratteristici passaggi, la cui esistenza immagino un tempo fossero quasi la regola urbanistica.
Sulla lanterna esterna segnaletica campeggia "rebuilt 1667" e la successione dei regnanti che si sono susseguiti durante questo lungo periodo di attività del pub, e scappano quasi lacrime: consiglio di leggerne un po' la storia a questo link. Il pub è diviso in tre ambienti: una "dining room" con camino acceso, tavoli e sedie ed altre due stanze con bancone e qualche panca. Nel piano inferiore ci sono altre due stanze poi. Il tutto illuminato talmente poco da rendere il luogo magnificamente tetro, pacifico e defaticante, con un silenzio di fondo che non si trova da nessun'altro luogo londinese in cui sono entrato.

Il pub appartiene al gruppo Samuel Smith's e l'omonimo birrificio di Tadcaster piazza alle spine quasi tutte le sue birre, di cui alcune anche in bottiglia in frigo. C'erano cose anche interessanti, ma siccome preferivo qualcosa a pompa alla spina, vado per quelle. Comincio con una Samuel Smith's Old Brewery Bitter, in verità servita molto fredda. Dopo continui servizi a temperatura ambiente, a maggior ragione si nota la differenza in questi casi. Provo ad attendere che si scaldi e migliori, ma ci vorrebbe troppo tempo davvero...Si dimostra buona ma nulla a che vedere con la bitter di Harveys bevuta in mattinata...altro pianeta: questa è troppo maltata e abbastanza uniforme nelle sensazioni che regala, motivo per cui viene trangugiata e basta senza troppe menate.

giovedì 28 novembre 2013

Londra parte II: The White Horse

Prenotare un volo e trovarsi con un mini-festival birrario a tema è una bella fortuna.
L'occasione non poteva andare persa, anche se c'è da dire che in questo pub probabilmente ci sarei andato comunque.
La 31esima edizione dell'Old Ale Festival, di scena al The White Horse, è stata una bella palestra gustativa, nonchè situazione per vedere anche una faccia un po' più moderna rispetto ai classici storici pub inglesi.
Già la zona, leggermente fuori dal centro della capitale, conferisce a questo posto un valore simbolico da pellegrinaggio nerd, nonostante in apparenza non lo dimostri. Clientela giovane ma alquanto agiata in questo luogo in piena zona Fulham, che non è proprio uno dei bassifondi londinesi.

L'interno è sì in legno ma le pareti non puzzano troppo di vecchio. Molto curato qualche angolo con poltrone accanto a dei camini che rivisitano il concetto di public house togliendone la polvere del demodè, restituendo un luogo di condivisione ugualmente conviviale e socializzante.
Le birre a disposizione per il festival erano circa 60 ma sarebbero state attaccate in diversi giorni, motivo per cui sarei voluto andare la sera prima (ringrazio Terravision per il ritardissimo) e non ci sono riuscito.

Ovviamente alla domenica, ultimo giorno di festival, le perle Thomas Hardy's Ale (uno dei pochi cask residui dell'ultima cotta da O'Hanlon's di qualche anno fa, come confidatomi via mail dal pub manager) e Harveys Imperial Stout (anche qui cask) non le ho trovate. Peccato davvero, ma poco male...la roba era davvero tanta.

Le birre erano divise in keg e cask. Le prime attaccate al bancone, lungo e pieno zeppo, il più delle volte spillate a pompa (quindi anche qui no CO2); le seconde tenute in una stanza isolata, una sorta di cantina/magazzino dove una scaffalatura conteneva i cask impilati ovviamente in orizzontale, circondati da palloni gonfiati in cui veniva iniettata aria fresca da un compressore sempre in funzione.
Insomma, un'occasione unica per vedere e gustare.

Vado con ordine: parto dalla Harveys Bonfire Boy, una strong ale. Un bel carico dolce, caramellato che però si estingue e cede il passo ad un secco finale, non particolarmente amaro, ed abbastanza veloce. Qualche nota vinosa si percepisce, così come un po' di calore. Schiuma scarsa, carbonazione introvabile...sembrerebbero difetti se pronunciati a proposito di altre birre, ma qui siamo agli antipodi di lager, di saison, di pils...ottimo inizio!

Mi sorprende anche la Powerhouse Porter, con intensi sentori di caffè più che di cacao ed una leggerezza mistica su un corpo invidiabile. Una birra di fascino che si accorge di essere guardata ma continua ugualmente a sfilare come nulla fosse. Quando qualcuno vi dice che i malti sono più o meno tutti uguali...mandatelo a bere queste birre!

Alquanto suadente anche la Imperial Stout di Dark Star che assaggio dal bicchiere del mio compagno di bevute. Qui la sensazione di calore è evidente con un etilico super riconoscibile al naso e che si svela in bocca con una bella complessità anche conferita da luppoli in evidenza.

Mentre a questo giro mi sono gustato un'altra strong ale. Si tratta della Centurion's Ghost Ale di York Brewery. Forse la mia migliore della serata, con nette note dolci, di melassa e caramello ma stucchevoli giusto il tempo di arrivare al finale, anche qui alquanto secco con un ritorno luppolato "nobile" che non ti aspetti. Che sia questo il motivo del "ghost"? Suggestione: molto probabilmente no, ma mi viene facile crederlo.

mercoledì 27 novembre 2013

Londra parte I: The Salisbury e The Blackfriar

Non è per niente facile fare un resoconto di questa esperienza londinese.
Il tempo è stato molto poco ma molto ben sfruttato, il che significa che ho bevuto molto - e bene, aggiungo.

C'è da anticipare che è davvero difficile ricordare i nomi delle singole birre che si trovano al pub per diverse ragioni: etichette con caratteri simili tra loco, colori poco sgargianti, nomi che ad uno straniero non trasmettono un significato di facile memorizzazione, poche differenze gustative tra una birra e l'altra - seppur quest'ultima situazione sia molto stimolante a livello didattico e gustativo.

E' stato anche alquanto complicato riuscire a trovare alcuni pub, sia perchè non avendo connessione e con una mappa tascabile disponibile solo al secondo giorno era difficile orientarsi, sia perchè gli spostamenti, seppur rapidi in metro, portavano via tempo dovendo rincorrere zone di Londra non sempre attigue. Motivo per cui ho dovuto rinunciare, causa tempo e distanze, a visitare The Gunmakers, Southampton Arms, Wenlock Arms e Ye Old Mitre Tavern. Questa lista è andata a farsi friggere, nonostante sia riuscito a beccare diversi pub di prima e seconda fascia e qualche sorpresa.

Dopo questa introduzione per farvi mettere nei miei panni, parliamo di cose serie.
Arriviamo a Londra dall'aeroporto con un bel ritardo, ed i miei programmi devono già subire variazioni.
Essendo appiedati in centro oltre le 22.30, non c'è più pub che serva ancora cibo. Sapevo di questo problema, ed allora dopo qualcosa al volo e dopo aver girovagato in cerca di pub segnalati per le buone birre, ci buttiamo dentro
  The Salisbury.

Il pub è segnalato dal Camra come Real Heritage Pub, perciò conserva tante caratteristiche estetiche ed architettoniche dei pub di qualche secolo fa. Bellissimi gli specchi e le statuette che adornano gli angoli con i posti a sedere. Bell'inizio per noi, in un luogo dove non manca di certo la gente (è un sabato sera!) e qualche bella birra.

Prendiamo una Timothy Taylor Landlord, pale ale (più bitter!) pluripremiata...e capisco perchè! Il suo corpo è leggero, l'aroma di luppoli nobili è penetrante, il finale è lunghissimo e di un amaro molto basso. Secca e rigenerante, servita a pompa a temperatura alta, con pochissimo gas e dalle bolle veramente finissime...ecco una grande cask ale!!!
A seguire prendo una Fuller's London Pride, anch'essa senza bisogno di presentazioni. Qui il corpo è nettamente più morbido, poco amaro il finale con un certo carattere maltato più spiccato ed un finale meno amaro seppur secco.

Il luogo, gli interni e l'atmosfera sono davvero belli, ma la stanchezza si fa sentire e seppure la zona di Covent Garden sia piena zeppe di gente, gli occhi si chiudono e così rimando altre scorribande al giorno dopo.

mercoledì 13 novembre 2013

I nuovi mosti: Birranova Moscata 2013

Stacco, lascio del tutto e torno a casa.
Curve morbide con Miles in radio che sotto la pioggia mi accompagna verso Triggianello, direzione La Cantina della Birra. Un po' per consolarmi, un po' per recuperare le sane abitudini delle ore piccole e delle chiacchiere libere.

Lo scoramento lascia spazio alla scoperta, ad un tuffo nei gusti di casa elaborati da mani che conosci ormai bene, ma che qualcosa di cui stupirti te la riservano sempre.
Birranova per il terzo San Martino consecutivo propone la sua versione di birra realizzata con mosto di vino e vinacce.

Il bello di un blog-diario come questo, nato più o meno quando il pugliese medio cominciava ad aprire gli occhi su ciò che succedeva intorno, è che si può anche ricostruire un cammino, una storia, un'evoluzione.

La storia parte dal 2011 con la Martina, birra dai 7%alc. davvero sperimentale, non troppo d'impatto ma pur sempre un inizio sul fronte delle fermentazioni miste di questo tipo.
Non ho mai avuto una fortissima predilezione verso questi fermentati misti orzo-uva, ma con il tempo ho imparato ad odiarne i tentativi mal riusciti quanto ad ammiccare verso le sensazioni "bonus" regalate da queste commistioni,quando ben riuscite.

La birra ha poi cambiato ricetta ma anche nome, diventando nel 2012 la Moscata ed utilizzando uve Moscato. La ricordo come una buona birra, almeno a novembre, fresca di produzione. Nei mesi successivi la freschezza delle uve cedette il passo ad un etilico, con 8%alc. un po' spigolosi, cambiandone non poco il carattere complessivo.

martedì 12 novembre 2013

Si parte per Londra: la mia tabella di marcia

Mancano 10 giorni, ma non sto nella pelle.
A dire il vero è quasi un mese che pianifico un po' tutto, soprattutto scremando tra quella miriade di pub che racchiude Londra.

Con Londra ho un conto in sospeso, ci sono stato 8 anni fa ma solamente per turismo. Entrai in 1 solo pub, in compagnia di un italo-londinese mio parente, ma non ricordo un fico secco di cosa bevvi. Erano gli inizi di una semplice curiosità ed il rammarico di essere stato 9 giorni senza approfittare del patrimonio culturale birrario mi spinge a tornarci.

Le dimensioni della città, il suo enorme patrimonio storico mantenuto a galla dal CAMRA ed il mio breve soggiorno nella capitale inglese rendono questa occasione sì ghiotta ma anche difficile, dovendo conciliare giri turistici e pub crawl, soprattutto cercando di sfruttare il più possibile il tempo a disposizione.

E che dire della possibilità di bere vere real ale, real cider & perry.
Gli obiettivi sono questi, e nello specifico tra le birre punterò tutto su bitter, old ale e sull'universo delle mild. Dovrei beccare anche un mini-festival sulle old ale al White Horse...proprio in quel week-end!
Ci vuole anche fortuna!
Più cerco info su locali e più trovo locali, ma ormai la selezione è fatta.

Ho suddiviso i locali in due fasce: una di imperdibili, l'altra di facoltativi. Come sempre, da mia abitudine, faccio dell'imbucarsi in un pub anche una necessità meteorologica, a maggior ragione applicabile in una città gemellata con la pioggia, nel bel mezzo di novembre.

Ecco la mia lista, dunque, formulata con i criteri di tradizione, estetici e di qualità, scartando gli approcci più modernisti, privilegiando i luoghi dove si consumano birre inglesi dai gusti più in linea possibili con la tradizione:

martedì 5 novembre 2013

Brussels Beer Challenge 2013: le birre pugliesi raccolgono premi

I concorsi internazionali di birra artigianale sono spesso una bella occasione per fare delle riflessioni.
Se non fosse che sono ormai talmente tanti e tanto diversi l'uno dall'altro da non permettere al consumatore di fare obiettivi confronti tra birre, soprattutto perchè spesso non si conosce nemmeno che birre o quali birrifici partecipano. Non lo credo solo io, anzi.

Tuttavia facciamo uno strappo alla regola (o meglio, alla coerenza) ed affacciamoci sul Brussels Beer Challenge 2013.
Il concorso svoltosi nello scorso weekend a Liegi ha regalato medaglie e menzioni a diverse birre italiane, ma la cosa che salta all'occhio è soprattutto la percentuale di quelle ottenute da birrifici pugliesi.

Non vorrei creare l'ennesima occasione per fare campanilismo e salire sul carro guidato da chi grida "la birra pugliese è la migliore", sarebbe davvero inutile e fazioso anche perchè non è che sia proprio così.
Però è davvero notevole il risultato ottenuto.
Per cominciare a parlarne, ecco cosa si è raccolto:

Medaglia d'Oro 
Terrarossa - Birrificio B94 in Pale&Amber Ale : Strong/Extra Special

Medaglia d'Argento 
Costanza d'Aragona - Birrificio Castel del Monte in Pale&Amber Ale : American IPA 

Menzione d'onore 
Negramara Extra - Birrificio Birranova in Pale&Amber Ale : English IPA

Menzione d'onore 
A' Rosc - Opus Grain nelle Red Ale : Irish Red Ale Italy

Menzione d'onore 
Light Gruit - Birrificio Gruit Pale&Amber Ale : Bitter

Dei 26 riconoscimenti alle italiane, ben 5 riconoscimenti li hanno conquistati birre pugliesi.
Più precisamente, rispetto ai premi ottenuti dai birrifici italiani, la Puglia porta a casa 1 dei 4 ori, 1 dei 9 argenti, nessun dei 6 bronzi e 3 delle 7 menzioni d'onore.

A rallegrarsi di questo risultato anche le istituzioni, e fanno effetto le parole dell'assessore alle Risorse Agroalimentari della Regione Puglia, Fabrizio Nardoni, sul sito della regione:

domenica 27 ottobre 2013

Giornata Nazionale dell'Homebrewing 2013: Golden Ale

Pian piano l'homebrewing sta diventando una vera religione. Da un manipolo di pazzi, la malattia si espande quasi sempre ed in quasi tutti i contesti fino a coinvolgere anche il più immune, magari l'amico che di birra non beveva neanche molto ma che folgorato sulla via di Damasco ora vuole aprire un birrificio.
Andiamoci piano, ovviamente...e lanciamoci in uno degli hobby più seri che esistano, senza pretese di diventare il nuovo Sam Calagione ma neanche prendendo sottogamba la faccenda.
E dunque...lo stile proposto da MoBI quest'anno è quello delle Golden Ale, tipologia quasi sempre confusa con birre più vicine ad IPA chiare o ad American Pale Ale piuttosto che per quello che sono realmente.
Nel dubbio io vado sempre alla fonte.

La prima non posso linkarla ma è un articolo comparso sul numero 4 del periodico Fermentobirra Magazine, dove un attento Stefano Ricci ricapitola le caratteristiche dello stile ed i suoi capisaldi.
La seconda fonte è il sito del CAMRA, organizzazione che da non molto ha "riconosciuto" come legittima figlia questa tipologia, diffusasi non più di una trentina di anni fa in contrapposizione al dominio delle lager ed in difesa dei sapori delle più storiche ale britanniche.
Ecco come viene inteso dal CAMRA questo stile:

This new style of pale, well-hopped and quenching beer developed in the 1980s as independent brewers attempted to win younger drinkers from heavily-promoted lager brands. The first in the field were Exmoor Gold and Hop Back Summer Lightning, though many micros and regionals now make their versions of the style. Strengths will range from 3.5% to 5.3%.
The hallmark will be the biscuity and juicy malt character derived from pale malts, underscored by tart citrus fruit and peppery hops, often with the addition of hints of vanilla and cornflour. Golden ales are pale amber, gold, yellow or straw coloured and above all, such beers are quenching and served cool.
Di buoni esempi di golden ale, ad essere sincero, in Italia non è che ne abbia ancora trovati.
Quella che un po' più mi è risultata attinente a queste caratteristiche è stata forse la Speed del birrificio sardo P3 Brewing. Non è semplice far emergere un leggero fruttato e far restare nell'angolo la luppolatura, ma intanto loro ritengo ci siano riusciti uscendone alquanto bene.

Tornando al mondo dell'homebrewing, in realtà su questa ricetta mi sono già cimentato qualche mese fa.
Per una serie di stimoli in meno, qualcuno avrà notato che tendo a non raccontare più le singole cotte da homebrewer, in quanto preferisco dedicare più tempo all'homebrewing stesso e perchè ormai le ricette si trovano dappertutto ed il procedimento, raccontato una volta, è sempre lo stesso.

Ad ogni modo oggi torno a farlo, riportando quello che ho ottenuto.
La ricetta che suggerisce MoBI è quella che ha ottenuto il secondo posto al Campionato Nazionale HB 2012:

venerdì 25 ottobre 2013

Tripletta Barley: BB 9, BB 10 e BB evò

La scarsa reperibilità delle bottiglie a quasi tutte le latitudini e l'assenza di produzione in fusti li contornano di un alone di irraggiungibilità su tutta la gamma.
Se questo vale per le birre base della gamma del Birrificio Barley, figuriamoci se il discorso non viene enfatizzato quando ci si sposta sulla linea "BB" che vede in tre birre l'aggiunta di speciali sape (mosti cotti) di diverse uve.
A mio parere questa scarsa reperibilità può anche essere controproducente per il birrificio di Nicola Perra, dato che meno si trova in giro la sua birra e meno se ne parla, e così via. Ma questo è un altro discorso.


Avevo avuto modo una volta di cimentarmi nell'assaggio di un paio di queste, oltre che ad affrontare diverse birre base dello stesso Barley.
Ma l'occasione rende l'uomo ladro, e così quando me le sono trovate nuovamente di fronte (presso il Birrarium di Acquaviva), non ho saputo rinunciare a passarle in rassegna nuovamente, ma stavolta affrontandole tutte e tre.

Comincio linkando, prima di tutto, qualche informazione in più sulla sapa e su come si ottiene, che non è altro che mosto di vino sottoposto a lunghissima bollitura appena dopo la raccolta.

Parto dalla BB evò, birra di 10%alc. in cui è stata utilizzata la sapa di uve Nasco, vitigno sardo in via di estinzione. La birra si sviluppa sulla base di un Barley Wine, ma è tutt'altro che anglosassone nel sangue.


Al naso emergono netti profumi luppolati un po' dolci insieme a note terrose e fruttate che richiamano un po' a birre belghe di spessore. Quando questa bevanda invade la bocca si sprigiona tutta una serie di sensazioni sempre a cavallo tra la complessità di frutta matura e frutta secca, insieme al calore della boccata, alla pienezza del corpo e alla pericolosa secchezza finale. Lo smarrimento di fronte alla complessità fatta snella è tanta, e si susseguono in serie diverse sensazioni: prugna, ciliege sotto spirito, melassa in un turbolento mix di gusti orchestrato alla perfezione e ripreso da un leggero amaro caldo finale, etilico e distensivo.
Non trovo parole sufficientemente esaustive per parlarne ancora dato che avevo deciso di lasciarmi prendere concedendomela a fine serata, così come questa birra richiederebbe di essere gustata, tralasciando per un po' la ratio ed abbandonandomi sensualmente alla grazia calda e rotonda che sprigionava.
Ho trovato comunque davvero eccellente il carattere iniziale luppolato e l'equilibrio tra toni inglesi spigolosi, le dolci caratteristiche belghe evidentemente conferite dal lievito e la vinosa rotondità fruttata e spiritosa della sapa di uve Nasco.

sabato 12 ottobre 2013

Da homebrewing a beer firm: fenomenologia di un salto

Pochi giorni fa il celebre archivio anagrafico microbirrifici.org è arrivato a contare la bellezza di 601 attività brassicole. Un numero impressionante, in cui va comunque fatta una distinzione tra birrifici e beer firm.

Come è noto, questi ultimi non sono altro che birrifici virtuali dato che non possiedono impianto e realizzano le proprie ricette presso il plesso di un birrificio realmente esistente.

Non vorrei essere il moralizzatore che per l'ennesima volta parla della differenza tra le beer firm che commissionano una birra al birraio, quelle che hanno un birraio che produce materialmente la birra presso il birrificio ospite, quelle che ne commercializzano solo il marchio spin-off, quelle che si fanno fare la ricetta dal birraio, quelle che se la fanno aggiustare, quelle che seguono tutto dalla cotta fino alle temperature di fermentazione e rifermentazione, ecc...

Non ne uscirei più, soprattutto perchè ormai le sfaccettature imprenditoriali stanno diventando talmente tante che è difficile tracciare nette linee di demarcazione tra le diverse situazioni.
Ciò su cui mi focalizzerei, però, è il motivo che spinge ad avviare una beer firm.

Partirei dalla birra, perchè in fondo è di essa che stiamo parlando. Molti provengono dall'esperienza dell'homebrewing, in pochi se la trascinano da anni. Mettiamoci poi i sogni e la frustazione legittima che deriva dal considerare la propria birra (se si tratta di ricetta collaudata nel tempo) migliore di diversi esempi reperibili in commercio, ed allora il desiderio di dimostrare di che pasta si è fatti prende sempre più vita e si impossessa dell'homebrewer fino a suggerirgli di gettarsi nell'impresa. Impresa, in tutti i sensi.

A me però piace far riflettere che padri dell'homebrewing come Davide Bertinotti e Massimo Faraggi, ventennali domozimurghi con libri, concorsi e corsi alle spalle, nonostante abbiano ovviamente acquisito tutte le abilità del caso, non si sono ancora mai lanciati in beer firm o birrifici, benchè ne abbiano tutte le capacità.
Potrei citare anche altri protagonisti internazionali, come Charlie Papazian, le conclusioni sarebbero le stesse.
Questa osservazione dovrebbe far riflettere, dato che non è da ritenere un obbligo quello di fare il salto dalle pentole alla sala cottura. Tra l'altro un conto è elaborare ricette con le pentole di casa e le relative comodità, un conto è farlo in birrificio. Non si nasce già birrai, magari si nasce homebrewer...questo sì.

domenica 6 ottobre 2013

Puglia in Fermento ad Eataly Bari, occasione per riassaggiare lo stato dell'arte

Torniamo a dare un'occhiata alla scena birraria pugliese.
Ricordo è stato uno dei miei primi flash quello di provare a fare una panoramica in un post di parecchio tempo fa, sviscerando quello che appariva in quegli anni.
Le cose sono parecchio cambiate, i birrifici sono raddoppiati in numero facendo somigliare per densità e per conformazione geografica peninsulare la nostra Puglia alla California, consumi di birra pro capite permettendo.
Questa iniziativa di Eataly denominata Puglia in Fermento che ha preso luogo in questo week end è la copia degli esperimenti già fatti ad Eataly Roma dove 20 birrifici hanno partecipato ad una sorta di festival in questo 2013.
L'evento in sè è stato abbastanza seguito, e mentre scrivo si sta tenendo l'ultima giornata della manifestazione.

Il tutto era proposto con un pagamento a gettoni, con 10 gettoni da 10cl al costo di 10 euro. E' una formula che non mi è dispiaciuta affatto, se non fosse che la cassa era posta all'ingresso del piano terra di Eataly e la zona assaggi spaziava dalla seconda parte in poi: significava farsi 200 m a ritroso per pagare ed altri per tornare agli spillatori. Poco male se si fa una volta sola a corsie libere, ma immagino che nei momenti di affollamento non sarà stato così agevole.
Gli spillatori erano sistemati non tutti insieme ma quasi secondo un percorso itinerante, lungo tutta l'estensione del mercato. Interessante per fare due passi ma poco semplice per chi volesse avere una visione d'insieme di birrai, birre disponibili e spine.

Non ho avuto modo di fare tanti assaggi, però le poche impressioni le metto nero su bianco (e rubo dalla pagina Facebook le foto ufficiali scattate).

Ho cominciato dal bancone della Birreria, dove tra i prodotti Borgo e Baladin comparivano anche le produzioni di Bari e di Roma. Ho assaggiato la Wendy, golden ale sotto i 5%alc prodotta a Roma da Brooks Caretta, in cui o per il bicchiere o per la birra in sè gli odori non erano affatto buoni, di uovo e di crudo...sorvolerei. Mentre la Liz, blanche prodotta a Bari con pepe rosa, roselline, timo e scorza d'arancia, è sembrata decisamente bevibile. Su tutti questi aromi era il timo a spiccare, con una nota terrosa inequivocabile anche se inizialmente spiazzante tra gli aromi di malto e lievito.

sabato 28 settembre 2013

Un salto in Lombardia/3: The Dome

Per concludere questo tour mi sono lasciato il meglio alla fine.
Dal varesotto, presso la stazione di Solbiate (VA), prendo un paio di treni per percorrere più di 100 km con una sola direzione Bergamo.

In realtà non è nel capoluogo che voglio andare, ma poco distante, a Nembro (BG). A qualcuno sarà già balenato il nome di questo paesino associato ad un locale punto di riferimento di scala nazionale ed oltre.
Sto parlando del The Dome, gestito dal Publican (ormai la parola è talmente inflazionata che per indicare quelli veri quasi quasi serve la maiuscola) Michele Galati.
Ci vado insieme a Simonmattia, attivissimo appassionato della storica associazione La Compagnia del Luppolo.

Di passaggio becchiamo anche un nuovo locale ad Alzano (BG), poco distante, con 10 birre alla spina. Al Jumbo Beer prendiamo la Filo Forte del birrificio Pasturana, complessa tripel con mosto di vino non proprio da aperitivo con i suoi 10%alc. circa ed un fruttato vanigliato di un'intensità inaudita e dal carattere prettamente dolce. E poi la Perla Nera del piemontese Trunasse, stout davvero ricca di tostati già dal naso con una pulizia ed intensità in bocca da fare invidia a molte interpretazioni dello stile.

Al The Dome becchiamo una calma serata infrasettimanale, l'ideale per chiunque voglia godersi qualche ottima birra in santa pace.
Ci accoglie Michele Galati inquesto luogo davvero unico. Un padiglione semisferico con un grande bancone rotondo a fare da isola al centro della struttura.
Tanti punti spillatura funzionanti in occasione di rassegne o eventi, ma il bancone principale ne conta già 12...direi che è più che sufficiente!
Delle tante presenti mi colpisce una non presente ma di cui sapevo. E' Le trait d'Union, addirittura un blend che Michele del The Dome ha ideato con Schigi di Extraomnes. Blend tra la Tripel di quel di Marnate e la Gueuze di Cantillon...avete capito bene!
Una birra sorprendente, con un aroma brettato piacevolissimo al naso, neanche pungentissimo. Invece in bocca sputa di più la tripel, con un corpo pieno fruttato di pesca ad abbracciare questo lato grezzo della gueuze.
Una birra che mi ha sorpreso, sia perchè inizialmente ne temevo la complessità sia perchè il concetto mi ha davvero affascinato.
In passato i blend erano pratica abbastanza comune, per diverse ragioni e diverse metologie produttive che ora non hanno più motivo di esistere visti i cambiamenti tecnologici in birrificio. Ad ogni modo, questo può essere lo spunto per spolverare idee dal passato piuttosto che arrovellarsi su inutili baggianate ruffiane guidate dal marketing.
E' un riportare all'onore delle cronache birrarie gusti d'altri tempi, ma non per frivolezza e per far soldi. Basti pensare che si tratta di un unico fusto.

Da un esperimento all'altro, stappiamo la bottiglia donatami al mattino di Weltanschauung. Qui davvero le cose si complicano, basti pensare che come stile non si tratta proprio di una red flemish ale (dato che stiamo su 10%), nè di una dubbel vera e propria nè mi va di scomodare qualche aggettivo "imperial-". Sta di fatto che è davvero importante, con gli aromi acetici subito al naso con nette sfumature di uvetta, legno dolce e prugne.
Di problematico ha solo un po' la beverinità, ammazzata a scapito della complessità e sontuosità degli aromi. Tanto di cappello però...non è mica facile realizzare birre di questo tipo!

Nell'atmosfera del The Dome mi circondo di sensazioni positive di un movimento ormai davvero navigato a queste latitudini. Sui menu delle birre vengono citati i birrai per nome come se fossero conosciuti dai più, ed il tono informale delle parole riecheggia come rassicurante ed accomodante, senza voler balzare sul carro della birra artigianale per ergersi a sapientoni ma con il solo gusto di condividere esperienze, sapori e bevute.

venerdì 27 settembre 2013

Un salto in Lombardia/2: Extraomnes e Settimo

Il secondo post dedicato al viaggetto lombardo lo dedico ai birrifici. Due sono quelli che ho visitato, in tempi e modi completamente diversi.
Hanno molte cose in comune, più che altro nella tradizione di riferimento, andando a costituire quasi un'enclave belga nel bel mezzo del varesotto: sono Extraomnes e Birrificio Settimo.

Sveglio quasi all'alba per conciliare gli orari della tabella di marcia, faccio visita al birrificio capitanato dalla figura di Schigi, emblematica ed un po' divina.
Mi accoglie a Marnate (VA) proprio Schigi per questa visita lampo, di cui avevo voglia per ammirare con i miei occhi i luoghi dove vengono partorite certe creature.
Molto invitante la linea di imbottigliamento delle tipiche bottiglie da 33cl, unico formato. Spazi grandi, impianto Steelfood, fermentatori a iosa e tanto ordine.
Qualche chiacchiera sui progetti presenti, che hanno visto l'uscita di birre di un certo rilievo come la flemish red ale impronunciabile Weltanschauung, la omonima Quadrupel, Straff e altro ancora.
Ci tenevo davvero tanto anche al solo varcare quella soglia, un po' scioccamente ma anche per una sana dose di soddisfazione. Per me non è un birrificio qualunque, il birraio Zandalini ed il guru Schigi non sbagliano un colpo e brassano stili di birre che mi affascinano. Mi basta e ringrazio davvero chi mi ha dato modo di esserci, Schigi e Nix.
Qualche presente finisce nella mia borsa: Devochka Barrique, Kerst Reserva 2013 e Weltanschauung. Non potendole assaggiare tutte, solo quest'ultima avrei bevuto a fine serata (ne parlo domani) ed il resto devoluto al prode Nix.

Quest'ultimo, a sua volta, birraio di un altro birrificio non qualunque per i miei occhi: Birrificio Settimo.
Sulle alture di Carnago (VA) , a circa 15 km da Marnate, ci ho passato l'intera giornata, osservando Nicola ed il suo fido Daniele tra i fermentatori e le movimentazioni indispensabili da fare per un birrificio che - non si può negare - ha visto stravolgere in positivo la sua produzione, i suoi volumi ed il suo nome dall'avvento di Nicola Grande in sala cottura.
I ragazzi fanno davvero di tutto in birrificio, sfruttando al massimo tutti gli spazi disponibili e tutti i momenti della giornata per completare le varie operazioni, tra travasi e pulizia,tra imbottigliamento ed etichettatura.
C'è un bel da fare su a Carnago, ma nonostante ciò la mente di Nix è sempre in movimento per partorire nuove creazioni.

giovedì 26 settembre 2013

Un salto in Lombardia/1: Bere Buona Birra e Todomundo

Non so come io riesca (quasi) sempre e comunque a mettermi al pc e scrivere qualcosa sulle piccole scoperte e sui viaggetti birrari che ogni tanto mi concedo.
Condivisione, un po' di insano spirito di evangelizzazione e sicuramente masochismo. Sta di fatto che questa va proprio raccontata.
Con i primi tre giorni liberi di tutto il 2013 mi sono concesso una migrazione verso nord per girare qualche luogo di interesse. Ho scelto la Lombardia come meta per conoscenza con qualche birraio e per la concentrazione di cultura e vero interesse nei confronti della birra.
Manco da Roma da diversi anni, da prima che mi scoppiasse la scimmia per la birra artigianale, ma eccezione fatta per pochi posti dove vorrei far tappa, non mi dispiace più di tanto. Non mi dispiacerebbe, ma trovo in posti meno frequentati da "pischelli" e ragazzini pseudo appassionati l'ultimo rifugio del buon bere al netto delle mode del momento.

Mi conviene dividere il racconto in più spezzoni.
Il primo è dedicato a quei punti d'incontro piccoli ma con grandi birre in cantina o nei frigoriferi.

Appena sono giunto a Milano lunedì sarei voluto andare allo storico Lambrate, che però aveva giorno di chiusura. Non ce l'ho fatta a farmi trascinare dal nuovo locale, volevo che la prima volta con il Lambrate fosse qualcosa da ricordare romanticamente.
E quindi niente nuovo locale e niente Lambrate, mi lascio qualcosa per la prossima gitarella.
Di lunedì è dura trovare buoni luoghi per bere, e così mi sono buttato sull'unico posto dove ero sicuro avrei potuto bere bene: Bere Buona Birra, appunto.
Filippo gestisce questo beer shop con mescita da un annetto circa ed ha un frigo davvero molto assortito: dai locali micro lombardi più meritevoli (Gambolò, Menaresta ecc...) ai grandi nomi inglesi e belgi.
Parto con una Redor Pils alla spina, birra in scuderia Dupont. Unica bassa fermentazione del birrificio, inrealtà non si caratterizza per quel gusto pulito che ti aspetti. Molto rotonda e mielosa, poco secca sebbene un amaro accentuato ma di basso profilo si delinea sul finale.
Dal frigo poi pesco una Entire Butt del birrificio inglese Salopian. Porter davvero morbida e cremosa con un'armonia che di poche parole ha bisogno con dei tostati delicati che si adagiano tra le narici e ti distraggono mentre senza renderti conto la bevi con piacere.
Intanto in frigo mi ero fatto mettere qualcosa che non ho davvero mai trovato alle mie latitudini: la Fantome Saison.
Birrificio di cui si mormora o benissimo o malissimo per l'incostanza delle sue creature, che però quando sono in stato di grazia sbancano.
Questa saison è davvero unica: già da quando apro la bottiglia, con una fontanella che fa pensare a carbonazione elevata con uno schiuma party che si viene a tenere proprio sulla mensola e sulla mia giacca, che per sempre porterà addosso questo lievito, ne sono sicuro.
In bocca il gas non spadroneggia, mentre protagonista indiscussa è la fragranza di fragola, di "big babol alla fragola", che rende ancor meglio l'idea.
Controversa per dire poco, con questi fruttati dolci su un corpo maltato dolciastro non più facilmente distinguibile. Mi ha stupito in intensità e potenza, oltre che per gradazione alcolica inavvertibile nonostante i suoi 8%alc. Certo, siamo lontani da quello che dello stile ci si aspetta.
Romantica licenza poetica belga.
Compro una bottiglia per l'indomani e che avrei scoperto ancor più impegnativa: Fantome Chocolat. Niente cacao, tostature, niente di tutto ciò, nonostante come spezie risultano dichiarate cacao e peperoncino. Una birra dal colore dorato. Al naso spiccano proprio sudore e cantina, con note brettate evidentissime e poi subito un affumicatino impensabile e quasi asfaltante. E' dura mettersi alla prova con birre di cui non sai se volute così o capitate.
Ammetto che non è facilissimo berla tutta, a digiuno poi figuriamoci. Però...andava assaggiata per cominciare ad approcciarvisi, poi magari mi farò un'idea migliore alla prossima occasione utile.

Insomma...Bere Buona Birra ha tante belle birre ma il mio tempo è troppo poco. Scambio qualche chiacchiera con Ricci e Schigi, che avrei rivisto più tardi per un'altra tappa. E fuggo in stazione.