martedì 26 marzo 2013

Al bancone del Groove

E' sempre un'impresa riuscire a raccogliere i pensieri del giorno dopo, ma è anche bello cercare di condividerli attraverso un blog, anche perchè è proprio questa la sua funzione.
Mi dedico in questo post a raccontare le sensazioni della serata di ieri che ho trascorso a Matera al bancone del Groove, birreria indipendente gestita dal mitico Gaetano.
Ci ritorno dopo tanti mesi, complice distanza e percorso non agevoli, e nonostante ciò una capatina si dimostra necessaria.

Abbiamo cominciato con una Pils, in particolare quella del birrificio dell'alta Baviera che si chiama Schwan Brauerei. Aroma da cui non si può pretendere nulla, con i soliti sospetti di pastorizzazione sicuramente confermati. Ma in bocca si rivela assolutamente onesta, con un bel corpo che esprime sensazioni di miele, aiutate da un taglio finale leggermente amaro come da previsione, ed una bellissima gasatura fine ed elegante. Ottimo modo per cominciare e prodotto sicuramente invitante.

Passiamo ad una birra un po' più impegnativa come la Cronache di Birra IPA, la birra del momento prodotta da L'Olmaia e Birra del Borgo per lo storico traguardo dei 5 anni del blog Cronache di Birra di Andrea Turco.
Il naso è molto invitante. E' distinguibile sia la componente più prettamente agrumata data dai luppoli americani che quella più erbacea e verde del luppolo francese Strisselspalt. Sicuramente questo è il suo punto di forza, anche se poi in bocca perde un po' quella carica, concludendo con un amaro vegetale e medicamentoso imprevisto. Onorare le feste sempre, però!

mercoledì 20 marzo 2013

Maltus Faber e Del Forte, esploriamole ancora


Completare o aumentare il numero di birre bevute riguardo lo stesso birrificio credo sia cosa buona e giusta, per concedersi altre indicazioni sulla mano del birraio, sulla filosofia e sulla produzione, nonchè sull'approccio con gli stili.
Così abbiamo passato in rassegna qualche altra birretta di birrifici che avevano avuto su noi una gran bella impressione e che invece a questo giro non sono andati alla grandissima.

Riprendo le redini dei commenti su Maltus Faber, birrificio genovese che parecchio ci aveva soddisfatti con Triple e Brune.
La prima di questo nuovo giro è la Blonde.
Bella schiuma, compatta  anche se non infinita.
Tuttavia si rivela in bocca monocorde con sorpresa, sia per l'olfatto spento e di bassa intensità che subito per l'impatto in bocca.
Birra buona, ma che fa fin troppo silenziosamente il suo compito. Non spicca di carattere nonostante conservi caratteristiche delle belgian blond, eccezion fatta per la secchezza, non pervenuta proprio per niente (vedi Triple).

La seconda a finire sotto il microscopio è la Amber Ale.
Storia simile per questa birra, che già dal colore non si dimostra per quello che viene descritta. Appare dorata carica, semmai è questo il suo colore, con un cappello di schiuma stavolta molto compatto che tiene benissimo.
Qui fanno capolino note agrumate del dry hopping, che risolvono un attimo la situazione e danno un po' di brio, ma giusto quanto basta a tornare con i piedi per terra ed annoiarsi nuovamente fino a fine bevuta.
Non che annoi solo il carattere, ma la non evoluzione del gusto al riscaldarsi ed un corpo molto ciccione, non dolce ma davvero tanto saziante.
Si badi bene che la noia non è dovuta agli stili in sè, ma proprio a queste interpretazioni.
Ci sono altre amber ale e blond decisamente più appaganti, giusto per essere chiari.
Tutti i tratti comuni a queste birre potrebbero agevolmente essere spiegati dall'utilizzo per queste birre di un unico lievito uguale per tutte, e che evidentemente crea un po' di ripetitività alle caratteristiche organolettiche.
Nulla da dire, ovviamente, sulla pulizia e sulla forma di queste birre, ma tutto il resto è difficile da non confessare.

domenica 17 marzo 2013

Rinascita craft in Irlanda, stout d'annata e moderne nel mio St. Patrick's Day

Il giorno di San Patrizio riesce ad entrare nelle corde di chiunque abbia una mezza simpatia per la birra in genere e per le scure stout & porter, ed oltre ad essere legato all'Irlanda mostra uno strettissimo legame col mondo della birra, quasi inspiegabile.

Mi concentrerò oggi su qualche notizia e su una birra "in tema" che ho bevuto durante il pranzo domenicale.

Riguardo al mondo craft irlandese, anche questo negli ultimissimi anni ha mostrato un'inaspettata impennata. In un mercato dove il colosso Guinness ha appiattito tutto il resto alla stregua di ciò che i suoi simili hanno fatto in Olanda (Heineken),Danimarca (Carlsberg) ecc...con l'unica differenza quella di spingere una birra scura che per diversi motivi si contraddistingue, per loro fortuna.
Ma le cose sembrano cambiare. I birrifici artigianali continuano ad aumentare e provocano ripresa anche nell'intero settore. E' notizia di ieri l'aumento percentuale delle vendite nei pub pari al +42,5% rispetto allo scorso anno, mentre vendite al dettaglio si attestano al +55%.
Il merito è nel dimezzamento delle accise deciso nel 2005 che ha avuto l'effetto di ravvivare il settore e concedere più ossigeno e liquidità ai birrifici in genere. Ed allora si è avuta la nascita di diversi micro birrifici fino ad arrivare a quota 22.
Sì, appena 22. Ci si aspetterebbe di più, ma anni di colossi non sono stati mica indolori ed hanno comportato la quasi scomparsa di stili storici irlandesi come Oyster Stout ed Irish Red Ale, mantenuti in vita in primis dai pionieri del brewpub dublinese Porterhouse.
Certo, la lotta per far emergere questo mercato craft è ancora lunga ed è impietoso il confronto con la rinascita birraria che è attualmente in corso in UK, dove il numero di micro ha toccato il massimo storico di sempre attestandosi a ben 1009.
In Irlanda il mercato artigianale produce appena lo 0,3% del totale(in Usa 5%, in Italia siamo all'1%...in confronto non siamo messi malissimo), ma le stime sono assolutamente positive anche qui. Segno che il fenomeno è globale e pur cavalcando la tendenza e le mode riesce ad insediarsi anche nel cuore di un sistema di consumi monomarca rodato come quello irlandese.

Parlavo di UK poco fa, e lì di cose sorprendenti ne stanno uscendo.
Pochi giorni fa, proprio in vista della festività di San Patrizio, un birrificio della Cornovaglia (estremità sud-ovest della Gran Bretagna), il birrificio St. Austell, ha rispolverato una ricetta antica esattamente di 100 anni, battezzata 1913 Cornish Stout, riguardante la produzione di una stout. Birre all'epoca versioni rinforzate di porter o brown ale, che adattata ai tempi odierni da St. Austell è descritta come "a full bodied beer with a balanced sweetness and delicate toffee flavours", indicata come accompagnamento ovviamente con piatti di mare ed ostriche, classica coppia di sapori caratterizzante la gastronomia di entrambe le isole dei mari del nord.
Riporto le parole dell'head brewer Roger Ryman ed una parte dell'articolo:

venerdì 15 marzo 2013

Assaggi di Germania, parte 1

Bisogna sempre onorare i regali e chi te li fa.
E allora questa maratona di birre tedesche è stata spontanea quanto necessaria, per capire qualcosa in più su quello che sta succedendo in Baviera.

Abbiamo cominciato un giro di quattro birre, ed un'altro è da completare nei prossimi giorni.
Per questa prima tranche ci sono state due german pilsner e due inaspettate novità tra gli stili tedeschi.
Vado con ordine.

Il primo assaggio è stata la Rupetti Pils del birrificio Wieninger. Non si tratta di produzione artigianale, ma di un grande birrificio, tra l'altro distribuita in Italia da Interbrau.
Sinceramente questa birra non è mi è sembrata affatto buona...naso con odori di cartone bagnato e vegetale. La birra è nicht pasteurisiert (non pastorizzata), con il "nicht" sottolineato in rosso come a segnalare la particolarità. Ma con tutto il bene del mondo, è birra che si mostra davvero poco bene.




Andiamo avanti con un'altra pils passando al birrificio Schonramer di cui assaggiamo un tris.
Questo storico birrificio vede il contributo di un birraio americano, Eric Toft, la cui impronta è evidente nelle birre della linea Best Bavarias.
Mentre la Grunhopfen Pils è una pils con luppolo fresco (letteralmente, luppolo verde).
La sua presenza si avverte appena al naso, seppur con qualche scia stantia nel profilo.
In bocca si rivela decisamente più bevibile della precedente, con piccole punte luppolate e corpo mediamente scorrevole. Non il massimo da una german pils, però comprendo rappresenti già un piccolo segno di rottura col mondo classico tedesco che vede bassa la presenza di luppolo in quasi ogni stile.
Qui si è voluto un po' osare, ma sempre tenendo presente il consumatore tedesco tipo ed il suo imbarazzo di fronte a cambiamenti nei gusti.

sabato 9 marzo 2013

Maltus Faber, canonico ed appagante Belgio

Si continua a bere come se non ci fosse un domani, come se la Settimana della birra artigianale sia l'epilogo di tutto!
Siamo spacciati...!

Tornando un attimo serio, voglio spendere qualche parola sulle birre della gamma di Maltus Faber che ci siamo ingozzati ieri sera.Ci siamo concentrati solo su due delle quattro presenti al Birrarium, ma c'è parecchio di cui parlare.


La prima è stata la Triple, birra nell'omonimo stile tripel.
Non sto facendo impazzire quella "e", bisogna ricordare che la pronuncia è su per giù la stessa ma che il nome comunemente usato è tripel e si riferisce alle interpretazioni fiamminghe mentre quelle valloni si dicono triple...e come ricorda qualcuno, può scorrere del sangue per quella "e" in Belgio!.

Dunque questa triple, aranciata nel colore e con schiuma inizialmente dalla parvenza compatta ma poi leggermente evanescente, con i suoi 8%alc. emana aromi fruttati di percoco, pesca sciroppata, anche un po' mango. Riscaldandosi emergono anche note dolci di banana e frutta gialla matura.
In bocca molto armonica, dolciastra proprio come interpretazione vallona dello stile. Uno sfondo dolciastro, maltato e mielato accompagna tutta la bevuta, mentre il finale è un filo meno entusiasmante.
Non secca come ci si aspetta dalle più classiche fiamminghe, ma appunto decisamente morbida e dissolvente, anche un po' troppo sfuggevole se vogliamo.
Da fresca è davvero esaltante, quando si scalda non si esalta troppo come potevamo pensare. 

venerdì 8 marzo 2013

Le insidie nascoste dietro qualche bottle conditioned real ales

Continuo la maratona giornaliera per la Settimana della birra artigianale 2013.
In realtà è solo una scusa per alleggerire un po' gli scaffali delle birre comprate e non ancora bevute.
Non so perchè, ma compro, accumulo e nel frattempo bevo anche fuori, con il risultato di un incremento incredibile di birre a disposizione.

Ogni tanto si becca qualche birra che non è il massimo.
In verità me ne accorsi poco dopo averla comprata, ma non volli credere alle sole parole trovate sul web.

E così oggi dopo un paio di mesi di cantina ho ripescato la Crop Circle del birrificio inglese Hop Back Brewery. Non uno degli ultimi arrivati, ma uno di quelli che ormai appartengono alla generazione di fine anni '80 che ha messo le basi per lo sprint finale nella rinascita delle ales inglesi.

La storia è davvero lunga quanto avvincente e ritrovarmi con queste birre che passano quasi inosservate in confronto alle file di prodotti ultra-modaioli dell'ultimo grido e che mi incutono quasi un senso di tenerezza.

Purtroppo c'è qualcosa che non va con alcune di queste birre quando escono dagli UK.
Credo i problemi siano diversi.
Da un lato la messa in bottiglia di birre usualmente servite come real ales, quindi direttamente dal fusto e sottoposte ad un'attento lavoro di controllo dell'avanzamento della maturazione da parte di birrai ma soprattutto publican. La bottiglia, perciò, è per loro un compromesso nel momento in cui si vuole gustare una birra del genere senza prendere l'aereo.
L'altro problema credo sia più da ricercare nelle materie prime. Sul sito risulta esserci una parte di fiocchi di mais, notoriamente un succedaneo per quanto riguarda la produzione di birra.

Sta di fatto che, appena stappata e servita nella pinta, mi sono arrivati al naso evidenti odori sulfurei e di cartone bagnato.
Può darsi subentri anche un altro fattore, cioè lo stoccaggio. Per cui spesso, sia le condizioni di temperatura che quelle di illuminazione possono rompere i delicati equilibri di queste birre, già sottilmente complicate di per se' nella loro facile struttura.

giovedì 7 marzo 2013

L'antica arte di snobbare le weiss

Ebbene sì, l'altro lato della medaglia del modernismo birrario, della rinascita di stili dimenticati, del ripercorrere scelte di birrai fatte secoli fa con le più astruse tecniche a volte fa dimenticare o fa dare per scontate certe birre consolidatesi col tempo e diventate ormai "abitudine".

Credo le weiss rientrino in questa categoria di "roba vecchia" per la maggior parte degli appassionati.
Anche se i consumi e soprattutto il rapporto qualità/prezzo è sempre elevatissimo, non godono della fama di birra più spettacolari.


Rivedendo il documentario di Michael Jackson due sere fa in occasione dell'evento di Luppulia, pensare che negli anni '90 erano loro a godere di una rinascita birraria (20% del consumo totale di birra in Baviera) rispetto a qualche decennio prima in cui rischiavano l'estinzione è davvero incredibile soprattutto alla luce degli stili che invece ora fanno la parte del leone (vedi IPA).

Tutto questo mi serve da premessa per arrivare a dire che giudicare una weiss non è che sia poi così facile.
Perchè l'averla sempre considerata come birra da accompagnare a qualsivoglia pizza, birra che ci disseti dal grande caldo e birra dal formato grande e prezzo basso ne ha dipinto un quadro decisamente di poco appeal. Nonostante esse siano prodotti dalla grande storie e spesso da gradevolissime caratteristiche gustative.

mercoledì 6 marzo 2013

To Øl, il bretta che non ti aspetti


Continuo imperterrito a ragguagliare dei miei ultimi assaggi ed a popolare questi post per la Settimana della birra artigianale 2013 in corso.

Ho bevuto due To Øl, smezzate come assaggi al beer shop.
Ero e sono molto titubante verso le produzioni scandinave, ma quando ci si trova con qualche bottiglia da smezzare, difficilmente resisto. Anzi, mal che vada, butto pochi euri e posso permettermi di non concludere l'assaggio.

La prima è la Sans Frontiére, una belgian ale con bretta che mi stupito...non mi aspettavo questo equilibrio.
Al naso fresco bretta, poco pungente ma molto elegante insieme ad una luppolatura agrumata, floreale ma per niente invadente. In bocca molto garbata, accenni formaggiosi e pepati ma un'acidità che si sposava bene con tutto il resto. Bello il pepato soprattutto, ad enfatizzare ciò che ci si aspetta più da una saison, soprattutto al naso.
Non so se è tra le più interessanti interpretazioni di questo fenomeno di cui la combinazione più in voga pare essere quella di saison + bretta, ma sicuramente è innovativa e sdogana il bretta stesso.

martedì 5 marzo 2013

Duvel Tripel Hop, alla ricerca del boccone perfetto!

Per la Settimana della birra artigianale quest'anno non posso farmi un giro per pub ogni sera, perchè inun pub-birreria-beer shop ci sto lavorando.
Però provo a scrivere giorno per giorno cosa mi sto bevendo, così...senza pensarci troppo.

Ieri, lunedì, primo giorno, mi sono stappato una Duvel Tripel Hop. Già, non una birra super-complessa, ma una apparentemente scema che però ha beccato qualche premio.
L'avevo bevuta già in Belgio alla spina, ma bisognava ripassare.

L'esercizio che mi sono concesso è stato quello di berla durante tutto il pranzo (anche perchè con 9,5%alc. non puoi certo finirla in pochi minuti!) e sperimentare abbinamenti.
Non che l'avessi studiata la cosa, ma mi è venuta molto spontanea. Infatti ho solo una foto a bottiglia vuotata.
L'apporto del Citra, usato in dry hopping ma anche in amaro, è determinante, caratterizzante ma anche solleva questa birra dall'immagine pesante che le papille si sono fatte nel tempo. Gli aromi di pesca e frutta a polpa gialla sono ciò che di più unico ed invitante offre questo luppolo.

Tra l'altro, la versione 2013 seguirà questo filone delle luppolature moderne in dry hopping, e sarà la volta del giapponese Sorachi Ace.