domenica 27 ottobre 2013

Giornata Nazionale dell'Homebrewing 2013: Golden Ale

Pian piano l'homebrewing sta diventando una vera religione. Da un manipolo di pazzi, la malattia si espande quasi sempre ed in quasi tutti i contesti fino a coinvolgere anche il più immune, magari l'amico che di birra non beveva neanche molto ma che folgorato sulla via di Damasco ora vuole aprire un birrificio.
Andiamoci piano, ovviamente...e lanciamoci in uno degli hobby più seri che esistano, senza pretese di diventare il nuovo Sam Calagione ma neanche prendendo sottogamba la faccenda.
E dunque...lo stile proposto da MoBI quest'anno è quello delle Golden Ale, tipologia quasi sempre confusa con birre più vicine ad IPA chiare o ad American Pale Ale piuttosto che per quello che sono realmente.
Nel dubbio io vado sempre alla fonte.

La prima non posso linkarla ma è un articolo comparso sul numero 4 del periodico Fermentobirra Magazine, dove un attento Stefano Ricci ricapitola le caratteristiche dello stile ed i suoi capisaldi.
La seconda fonte è il sito del CAMRA, organizzazione che da non molto ha "riconosciuto" come legittima figlia questa tipologia, diffusasi non più di una trentina di anni fa in contrapposizione al dominio delle lager ed in difesa dei sapori delle più storiche ale britanniche.
Ecco come viene inteso dal CAMRA questo stile:

This new style of pale, well-hopped and quenching beer developed in the 1980s as independent brewers attempted to win younger drinkers from heavily-promoted lager brands. The first in the field were Exmoor Gold and Hop Back Summer Lightning, though many micros and regionals now make their versions of the style. Strengths will range from 3.5% to 5.3%.
The hallmark will be the biscuity and juicy malt character derived from pale malts, underscored by tart citrus fruit and peppery hops, often with the addition of hints of vanilla and cornflour. Golden ales are pale amber, gold, yellow or straw coloured and above all, such beers are quenching and served cool.
Di buoni esempi di golden ale, ad essere sincero, in Italia non è che ne abbia ancora trovati.
Quella che un po' più mi è risultata attinente a queste caratteristiche è stata forse la Speed del birrificio sardo P3 Brewing. Non è semplice far emergere un leggero fruttato e far restare nell'angolo la luppolatura, ma intanto loro ritengo ci siano riusciti uscendone alquanto bene.

Tornando al mondo dell'homebrewing, in realtà su questa ricetta mi sono già cimentato qualche mese fa.
Per una serie di stimoli in meno, qualcuno avrà notato che tendo a non raccontare più le singole cotte da homebrewer, in quanto preferisco dedicare più tempo all'homebrewing stesso e perchè ormai le ricette si trovano dappertutto ed il procedimento, raccontato una volta, è sempre lo stesso.

Ad ogni modo oggi torno a farlo, riportando quello che ho ottenuto.
La ricetta che suggerisce MoBI è quella che ha ottenuto il secondo posto al Campionato Nazionale HB 2012:

venerdì 25 ottobre 2013

Tripletta Barley: BB 9, BB 10 e BB evò

La scarsa reperibilità delle bottiglie a quasi tutte le latitudini e l'assenza di produzione in fusti li contornano di un alone di irraggiungibilità su tutta la gamma.
Se questo vale per le birre base della gamma del Birrificio Barley, figuriamoci se il discorso non viene enfatizzato quando ci si sposta sulla linea "BB" che vede in tre birre l'aggiunta di speciali sape (mosti cotti) di diverse uve.
A mio parere questa scarsa reperibilità può anche essere controproducente per il birrificio di Nicola Perra, dato che meno si trova in giro la sua birra e meno se ne parla, e così via. Ma questo è un altro discorso.


Avevo avuto modo una volta di cimentarmi nell'assaggio di un paio di queste, oltre che ad affrontare diverse birre base dello stesso Barley.
Ma l'occasione rende l'uomo ladro, e così quando me le sono trovate nuovamente di fronte (presso il Birrarium di Acquaviva), non ho saputo rinunciare a passarle in rassegna nuovamente, ma stavolta affrontandole tutte e tre.

Comincio linkando, prima di tutto, qualche informazione in più sulla sapa e su come si ottiene, che non è altro che mosto di vino sottoposto a lunghissima bollitura appena dopo la raccolta.

Parto dalla BB evò, birra di 10%alc. in cui è stata utilizzata la sapa di uve Nasco, vitigno sardo in via di estinzione. La birra si sviluppa sulla base di un Barley Wine, ma è tutt'altro che anglosassone nel sangue.


Al naso emergono netti profumi luppolati un po' dolci insieme a note terrose e fruttate che richiamano un po' a birre belghe di spessore. Quando questa bevanda invade la bocca si sprigiona tutta una serie di sensazioni sempre a cavallo tra la complessità di frutta matura e frutta secca, insieme al calore della boccata, alla pienezza del corpo e alla pericolosa secchezza finale. Lo smarrimento di fronte alla complessità fatta snella è tanta, e si susseguono in serie diverse sensazioni: prugna, ciliege sotto spirito, melassa in un turbolento mix di gusti orchestrato alla perfezione e ripreso da un leggero amaro caldo finale, etilico e distensivo.
Non trovo parole sufficientemente esaustive per parlarne ancora dato che avevo deciso di lasciarmi prendere concedendomela a fine serata, così come questa birra richiederebbe di essere gustata, tralasciando per un po' la ratio ed abbandonandomi sensualmente alla grazia calda e rotonda che sprigionava.
Ho trovato comunque davvero eccellente il carattere iniziale luppolato e l'equilibrio tra toni inglesi spigolosi, le dolci caratteristiche belghe evidentemente conferite dal lievito e la vinosa rotondità fruttata e spiritosa della sapa di uve Nasco.

sabato 12 ottobre 2013

Da homebrewing a beer firm: fenomenologia di un salto

Pochi giorni fa il celebre archivio anagrafico microbirrifici.org è arrivato a contare la bellezza di 601 attività brassicole. Un numero impressionante, in cui va comunque fatta una distinzione tra birrifici e beer firm.

Come è noto, questi ultimi non sono altro che birrifici virtuali dato che non possiedono impianto e realizzano le proprie ricette presso il plesso di un birrificio realmente esistente.

Non vorrei essere il moralizzatore che per l'ennesima volta parla della differenza tra le beer firm che commissionano una birra al birraio, quelle che hanno un birraio che produce materialmente la birra presso il birrificio ospite, quelle che ne commercializzano solo il marchio spin-off, quelle che si fanno fare la ricetta dal birraio, quelle che se la fanno aggiustare, quelle che seguono tutto dalla cotta fino alle temperature di fermentazione e rifermentazione, ecc...

Non ne uscirei più, soprattutto perchè ormai le sfaccettature imprenditoriali stanno diventando talmente tante che è difficile tracciare nette linee di demarcazione tra le diverse situazioni.
Ciò su cui mi focalizzerei, però, è il motivo che spinge ad avviare una beer firm.

Partirei dalla birra, perchè in fondo è di essa che stiamo parlando. Molti provengono dall'esperienza dell'homebrewing, in pochi se la trascinano da anni. Mettiamoci poi i sogni e la frustazione legittima che deriva dal considerare la propria birra (se si tratta di ricetta collaudata nel tempo) migliore di diversi esempi reperibili in commercio, ed allora il desiderio di dimostrare di che pasta si è fatti prende sempre più vita e si impossessa dell'homebrewer fino a suggerirgli di gettarsi nell'impresa. Impresa, in tutti i sensi.

A me però piace far riflettere che padri dell'homebrewing come Davide Bertinotti e Massimo Faraggi, ventennali domozimurghi con libri, concorsi e corsi alle spalle, nonostante abbiano ovviamente acquisito tutte le abilità del caso, non si sono ancora mai lanciati in beer firm o birrifici, benchè ne abbiano tutte le capacità.
Potrei citare anche altri protagonisti internazionali, come Charlie Papazian, le conclusioni sarebbero le stesse.
Questa osservazione dovrebbe far riflettere, dato che non è da ritenere un obbligo quello di fare il salto dalle pentole alla sala cottura. Tra l'altro un conto è elaborare ricette con le pentole di casa e le relative comodità, un conto è farlo in birrificio. Non si nasce già birrai, magari si nasce homebrewer...questo sì.

domenica 6 ottobre 2013

Puglia in Fermento ad Eataly Bari, occasione per riassaggiare lo stato dell'arte

Torniamo a dare un'occhiata alla scena birraria pugliese.
Ricordo è stato uno dei miei primi flash quello di provare a fare una panoramica in un post di parecchio tempo fa, sviscerando quello che appariva in quegli anni.
Le cose sono parecchio cambiate, i birrifici sono raddoppiati in numero facendo somigliare per densità e per conformazione geografica peninsulare la nostra Puglia alla California, consumi di birra pro capite permettendo.
Questa iniziativa di Eataly denominata Puglia in Fermento che ha preso luogo in questo week end è la copia degli esperimenti già fatti ad Eataly Roma dove 20 birrifici hanno partecipato ad una sorta di festival in questo 2013.
L'evento in sè è stato abbastanza seguito, e mentre scrivo si sta tenendo l'ultima giornata della manifestazione.

Il tutto era proposto con un pagamento a gettoni, con 10 gettoni da 10cl al costo di 10 euro. E' una formula che non mi è dispiaciuta affatto, se non fosse che la cassa era posta all'ingresso del piano terra di Eataly e la zona assaggi spaziava dalla seconda parte in poi: significava farsi 200 m a ritroso per pagare ed altri per tornare agli spillatori. Poco male se si fa una volta sola a corsie libere, ma immagino che nei momenti di affollamento non sarà stato così agevole.
Gli spillatori erano sistemati non tutti insieme ma quasi secondo un percorso itinerante, lungo tutta l'estensione del mercato. Interessante per fare due passi ma poco semplice per chi volesse avere una visione d'insieme di birrai, birre disponibili e spine.

Non ho avuto modo di fare tanti assaggi, però le poche impressioni le metto nero su bianco (e rubo dalla pagina Facebook le foto ufficiali scattate).

Ho cominciato dal bancone della Birreria, dove tra i prodotti Borgo e Baladin comparivano anche le produzioni di Bari e di Roma. Ho assaggiato la Wendy, golden ale sotto i 5%alc prodotta a Roma da Brooks Caretta, in cui o per il bicchiere o per la birra in sè gli odori non erano affatto buoni, di uovo e di crudo...sorvolerei. Mentre la Liz, blanche prodotta a Bari con pepe rosa, roselline, timo e scorza d'arancia, è sembrata decisamente bevibile. Su tutti questi aromi era il timo a spiccare, con una nota terrosa inequivocabile anche se inizialmente spiazzante tra gli aromi di malto e lievito.