mercoledì 24 dicembre 2014

È nato: BBF Winter Edition!

Se c'è una cosa che non va mai in vacanza è il fegato.
Nel periodo natalizio vari sono i tentativi di comprarsi un po' di birre natalizie da bere durante le lunghe tavolate con i parenti o nei tempi morti tra un pranzo ed una cena, qualora previsti (a volte non c'è soluzione di continuità tra i due!), ma non è poi così facile concedersi queste bombe alcoliche.
Vuoi per il nipotino che ti ronza intorno e che reclama attenzione, vuoi per la carrellata di parenti vicini e lontani che ti chiamano o ti visitano per gli auguri, vuoi perchè proprio non ce la fai ad isolarti per goderti il lavoro liquido del birraio.


Insomma...io durante le festività faccio difficoltà a bere birre in santa pace in casa, ed allora...proviamo con una terapia di gruppo!
La fortuna è che a Triggianello da Birranova si replica quello che Donato Di Palma ha voluto cominciare a fare lo scorso anno, cioè un mini-festival natalizio, spillando non solo birre tradizionali brassate per il Natale (a volte complicate da bere in quantità), ma anche altro.


Se lo scorso anno, oltre alle fisse 7 vie della casa le vie erano 6, quest'anno sono 12 e lo si può ufficialmente chiamare BBF Winter Edition. Eccole:

venerdì 19 dicembre 2014

Le birre d'inverno di Decimoprimo, B94, Birranova ed Ebers

Questa pausa che mi sono preso dal blog è durata un mese: la rompo per questo periodo, ma forse riprenderà.

Nel frattempo, non è che sia successo chissà cosa. Semplicemente, essendo in prossimità del periodo natalizio, l'attività principale è la proposta di nuove birre particolarmente adatte a serate festose, abbinamenti gastronomici ricercati, dolci e speziature varie.

Il classico taglio del blog sulle novità birrarie va su scala regionale, come chi legge sa bene. Seppur con questa "limitazione", di materiale da raccogliere ce n'è sempre tanto, ed allora facciamolo, soprattutto per chi tra social e annunci vari si è perso per strada qualche pezzo.

Partiamo da Decimoprimo, che in questo autunno ha lanciato diverse novità. Delle prime due ho parlato il mese scorso, la terza è la Wish Porter. Si tratta di una birra di 4,5% ispirata alle classiche scure britanniche, dove però vi sono degli ingredienti aggiunti: fave di cacao e chicchi di melograno.
Chiaramente non parliamo di una natalizia nella più classica delle accezioni, non essendo in evidenza il tenore alcolico ed il conseguente warming, ma il contributo del melograno sarei davvero curioso di assaporarlo. Molto bella l'etichetta che fa molto Christmas carol.


Altra novità interessante è la Cassarmonica, nuova birra di B94. Si dovrebbe trattare di una belgian-scotch ale, da quello che trapela dalle poche informazioni disponibili, da 8,0%alc. Conoscendo la meticolosa cura che Raffaele Longo impiega per la produzione delle sue birre, ripongo sempre aspettative elevate nelle sue birre e non vedo l'ora di assaggiarla. Su due piedi mi viene da pensare possa essere sulla falsa riga di una birra come la Canaster di De Glazen Toren, dalle sensazioni torbate ma dal forte carattere belga. La birra mi risulta sia stata già ospite al Birre sotto l'albero 2014 appena conclusosi in quel di Roma, oltre ad essere stata presentata ad inizio dicembre presso il Bluebeat Bar di Lecce.
Dovrei riuscire a berla in questi giorni, non escludo di integrare questo post (brutto da fare, ma qualche volta è più comodo) aggiungendo qui un rapido commento dopo averla bevuta.


lunedì 17 novembre 2014

Birra del Sud, un esordio a stelle e strisce

Nella lunga carrellata di nuovi produttori pugliesi sono tanti gli spunti, le birre di cui parlare e le storie da riportare. Ho qualche birra "in attesa", da bere con calma, ma intanto ho avuto modo già di conoscerne di altre e di berle.
Sono stato da Leonardo Copertino e Camilla Ladisa, fautori della beer firm Birra del Sud, presso la loro sede a Bari, per incontrarli e conoscerli, farmi raccontare del loro progetto e delle loro birre, chiaramente approfittando dell'occasione per berle.

La loro produzione si basa sulle ricette collaudate dallo stesso Leonardo, homebrewer da diversi anni di base a Cisternino (BR), che dopo anni di cotte particolarmente riuscite, qualche mese fa comincia a maturare l'idea di produrre a livello professionale. Scatta automatico per loro rivolgersi a chi, a pochi chilometri di distanza, ha un impianto professionale con cui sforna birre caratterizzate da buona pulizia e grande bevibilità. Sto parlando dell'impianto di Birrapulia, sapientemente utilizzato dal birraio Oliver Harbeck.


L'idea alla base è quella di produrre, da ricette collaudate e proposte in produzione allo stesso birraio Oliver, birre che si ispirano a stili americani. Come ormai si sa, in questi casi sono i gusti personali di chi produce quelli che "comandano" la scelta della filosofia alla base delle birre, cosicchè chi ama forti luppolature ed aromi di carattere difficilmente non trasmetterà questa preferenza sulle birre e sui propri consumatori.
Il nome, Birra del Sud, ci raccontano Leonardo e Camilla, ha un doppio riferimento: il Sud italiano, luogo di appartenenza e bacino d'utenza, ma anche il Sud degli USA, territorio che ha visto la nascita di alcuni tra i più intensi e sconvolgenti luppoli che spesso dominano il mercato dei nostri tempi. A completare la simbologia c'è il logo del galletto segnavento, spesso realizzato in ferro battuto, che cerca di dare quell'idea di artigianalità.
Insomma, un linguaggio semplice ma comunque penetrante e chiaro.
Ho parlato di birre al plurale perchè le birre sono già due.

La primissima è stata la Eagle, ed è una birra chiara di 5,2%alc. dichiarata come american pilsner, di ispirazione americana nella luppolatura (Amarillo, Chinook) e graficamente nell'etichetta, con un'aquila in bella vista che ha tra le grinfie un pugliesissimo ramo di ulivo.
La schiuma è molto compatta, pannosa e bianchissima, mentre il colore della birra è di un dorato scarico e presenta una evidente torbidità. Al naso si presenta con leggeri aromi agrumati e fruttati, molto fini, caratterizzati da qualche nota di cereale un po' rustica. In bocca l'ingresso è molto maltato, con accenni di miele ed una rotondità caramellata (conferita da una buona dose di malti caramello). Nel finale, il gusto si sposta verso orizzonti più aciduli e frumentosi, per poi definitivamente piazzarsi su un amaro molto leggero, ripulente e di media lunghezza.

martedì 11 novembre 2014

Puglia in Fermento, terza edizione:
cosa si è bevuto

Strano ma vero, ci sono poche occasioni in cui si riescono ad avere l'uno accanto all'altro più di una manciata di produttori pugliesi. Sono quasi inesistenti festival ed eventi collettivi, ma fortunatamente anche quest'anno si è ripetuta l'occasione di avere un numero cospicuo di birrifici pugliesi nell'appuntamento Puglia in Fermento di Eataly Bari.

Non è la parola definitiva sulla situazione brassicola regionale, ma è pur sempre un'istantanea (l'unica "reale" al di fuori dell'estate) che può dare qualche bella soddisfazione e qualche bella bevuta.

Il meccanismo del Teku + gettoni da 1€ per 10cl è rimasto invariato ed ha visto la presenza di 10 birrifici con i propri spillatori, dove non sono mancate birre nuove o di recente uscita.
Da dove comincio? Partiamo in ordine di locandina, ponendo attenzione alle novità o alle birre di cui non ho mai parlato tra le pagine del blog (anche perchè tutte non sono riuscito a berle!).

Di Ebers avevo appena parlato pochi giorni prima della manifestazione, ed è stato importante ritrovare quelle birre in fusto (Belgian Blond Ale ed American Pale Ale) oltre alla Blanche, che mi mancava. Quest'ultima, realizzata con scorza d'arancia del Gargano e grano Senatore Cappelli, è risultata sì piacevole e beverina come mi aspettava, anche se il tocco acidulo dato da questa varietà di grano non è esattamente quello di cui una birra di questo stile, a mio parere, avrebbe bisogno. Stiamo parlando, comunque, di un birrificio alle primissime cotte e di margini di ulteriore miglioramento, che assaggiando le altre due birre in fusto, credo il birraio Michele non tarderà a portare. Ce ne fossero di birrifici che partono così!

Altre belle novità dalla banda Decimoprimo, che ha portato per l'occassione le ultime arrivate.
La Hirderga è una oatmeal stout, brassata con aggiunta di vaniglia e che ricalca la Merry Vanilla brassata "one shot" per lo scorso inverno. L'ho trovata proprio come la ricordavo, con aromi di avena evidenti al naso, vaniglia appena sotto la mia soglia di percezione ed una relativa facilità di bevuta, complice il corpo non troppo presente.
La seconda birra, invece, è la Almadannata, nuovissima tripel da 8,5%alc. con abbondante (ma per nulla fastidiosa) luppolatura Mosaic. Gran bella birra, con bella frutta gialla matura e frutta esotica al naso e calore avvolgente in bocca. Segue molto da vicino quello che lo stile suggerisce e conserva una grande facilità, allo stesso tempo. Una delle migliori bevute.

giovedì 6 novembre 2014

Assaggi di Ebers: Belgian Blond Ale
ed American Pale Ale

Qualche settimana fa abbiamo parlato di questa nuova ondata di produttori pugliesi, ben dieci da inizio anno.
Di sicuro ci sarà tempo per capire se e quali di questi potranno aspirare a diventare affermate realtà birrarie o se si tratta di progetti destinati a non fare faville.
Intanto voglio cominciare a farmi un'idea più precisa, ed è per questo che ho colto l'invito del birraio del birrificio Ebers, Michele Solimando, per incontrarci ed imparare qualcosa in più della sua nuova avventura.


Il birrificio è situato a Foggia e vanta una sala cottura da 12hl, ed è proprio Michele ad occuparsi della produzione e degli aspetti legati a ricette e materie prime (anche locali, con sperimentazioni che riguardano l'uso di antichi cereali del Tavoliere), dopo l'esperienza da homebrewer ed i corsi di Degustazione della Doemens Academy e del CERB.
Dalla chiacchierata mi sembra che Michele sa assolutamente quello che fa, e benchè questa affermazione possa suonare strana e quasi oltraggiosa, ci tengo a dire che non è molto frequente ritrovarsi di questi tempi con qualcuno che non dimentica i nomi delle materie prime che utilizza (non vado interrogando i birrai...ma quando, parlando di una birra, non ci si ricorda cosa si è usato, mi viene da pensare che sia un software il vero birraio): ha senz'altro una idea chiara delle birre e degli stili che vuole produrre.


La sua produzione è partita in primavera ed al momento conta tre birre sul mercato i cui nomi non sono altro che quelli degli stessi stili di riferimento: Belgian Blond Ale, American Pale Ale, Blanche.
Nulla di più semplice ed immediato per un pubblico già smaliziato, ma niente di così complicato neppure per chi per la prima volta dovesse approcciarsi a questi vocaboli.

Delle tre, Michele me ne ha gentilmente donate due, che con calma ho stappato, bevuto e gustato.

lunedì 3 novembre 2014

Quattro splendide Fantôme!
"Sta mano po esse fero e po esse piuma, oggi è stata piuma"

C'è un fantasma appassionato di fermentazioni che lavora in un birrificio a Soy, in Belgio. Per fortuna questo fantasma non ha alcun intento doloso, però a volta può anche impazzire decidendo di contaminare alcune ricette di birra con una miscela di erbe e spezie segrete. Fa anche altri scherzi, come impedire ad una stessa birra di essere uguale, da un lotto all'altro. Prova di questa natura non demoniaca è la sua interazione con altri esseri, permettendo a Dany Prignon di prendersi tutti i meriti (in cambio, naturalmente, di poter dare il proprio nome al birrificio stesso).


Il birrificio Fantôme rappresenta un'impassibile libertà creativa ed espressiva e si è guadagnato la fama per questo essere in mano ad un pazzo scatenato delle sperimentazioni. Il comportamento "spiritato" di Prignon, le incontrollabili variazioni da birra a birra, strettamente collegate alle varie spezie utilizzate in ricetta con decisioni dell'ultimo minuto, all'insegna della sperimentazione ed ai limiti del possibile (basti pensare ad una improbabile birra ai funghi), sono dei tasselli che fanno capire che dietro al birrificio si cela un talento che rasenta la follia, che sia quello di un fantasma o quello di un birraio.

In realtà il fantasma non è semplicemente un alter ego, dato che presso la località di La Roche-en-Ardenne, vicina a Soy, la leggenda dice che il fantasma della contessa Berthe de La Roche sia esistito davvero e si aggirerebbe ancora tra le rovine del suo castello. Prignon, nella sua vita precedente (...a quella di birraio) lavorava per enti e gruppi turistici della regione ed intuì che il villaggio di Soy era particolarmente sprovvisto di attrazioni enogastronomiche e di un birrificio, che nel 1988 lui stessò aprì con il padre. Con questo tocco naif nel produrre e nell'alternare prodotti eccellenti a bottiglie da lavandinare, incarna a pieno quello spirito delle farmhouse ales la cui produzione è caratterizzata da quel che regala la terra, senza troppo indugiare su attrezzature, sulla pulizia e sull'ordine. Certo, tutto si complica notevolmente in termini di costanza produttiva, ma le vette di qualità che raggiungono certe sue birre potrebbero quasi suggerire di correre questi rischi.


Così come lo abbiamo voluto correre noi, fiondandoci verso il Groove di Matera per stappare le quattro Fantôme presenti in questo periodo nei frigoriferi. Inutile dire quanto fosse ghiotta l'occasione, data la difficoltà con cui si reperiscono e dato che personalmente mi è capitato di bere due birre di Fantôme in passato, ma in entrambi i casi con esito negativo.
D'altronde si sa: Fantôme è paradiso o inferno.
O, se volete: "Sta mano po esse fero e po esse piuma: oggi è stata piuma" (cit.).

lunedì 27 ottobre 2014

XX Bitter vs XXX Bitter, sorelle solo per l'anagrafe

La curiosità di vederle in azione da vicino, a stretto contatto, c'è stata dal primo momento in cui se ne è saputa l'esistenza. Da quando, nella sorpresa generale, alla storica XX Bitter che ha fatto le fortune del birrificio De Ranke, è stata affiancata la nuova XXX Bitter.

È forse una delle birre che ogni appassionato non rifiuta mai, una di quelle che ti dà un motivo per non ordinare acqua frizzante quando guardi un frigo triste e banale in un qualsiasi pub di periferia.
Birra storica per i motivi che lo stesso birraio belga Nino Bacelle spiega in una bellissima intervista comparsa nel n.1 del periodico di MoBI:


"La XX Bitter è nata da un esperimento del mio socio Guido Devos. Con il suo impianto casalingo face una birra ispirata alla birra Verdraagzaam del birrificio Steedje, adesso chiuso, e in quella birra cercò di andare al limite dell'amaro, cercando un bilanciamento tra amaro sopportabile e troppo amaro ("verdraagzaam" in fiammingo). Siccome usò un luppolo vecchio stile come Brewer's Gold, la birra era così buona che decisi immediatamente di produrla e di immetterla sul mercato. Guido non credeva che potessimo venderne molta, ma io fui immediatamente convinto che sarebbe piaciuta a tanti. Quando la lanciammo sul mercato alla fine del 1996, molti colleghi ci dissero "è la classica birra che piace ad un birraio, mi piace, ma non penso possiate riuscire a venderla al pubblico". La storia è andata diversamente e adesso molti birrai belgi provano a fare birre amare. È stata la birra che ha reso il birrificio De Ranke conosciuto nel mondo degli appassionati di birra."


lunedì 20 ottobre 2014

I dieci nuovi produttori pugliesi...sì, avete letto bene: dieci!

Eravamo rimasti qui, a qualche intuizione, a dei numeri buttati lì, a delle impressioni verso un fermento continuo ed incessante.


Di mese in mese le nuove aperture di birrifici e l'avviamento di beer firm si susseguono a ritmo incredibile, in barba a chi ne ipotizzava un crollo o un calo, che se mai dovesse arrivare sembra ancora molto lontano.
Ebbene...nonostante la mia previsione potesse sembrare forse un po' esagerata, bisogna ammettere che è stata anche fin troppo cautelativa. E sto per dimostrarlo...

Sono tante le novità...forse anche troppe, se non fosse che in diversi casi si tratta di volumi di portata medio-piccole, caratteristica che chiaramente è slegata dalla qualità delle produzioni.
In questo mega post cercherò di raggruppare le più importanti novità, spendendo qualche parola al volo su quelle che ho assaggiato e riservandomi di parlare di quelle birre che avrò modo di bere appena mi si presenterà occasione. Ovviamente, sperando di trovarmi di fronte a produzioni degne di nota e dello "sforzo" di riassumerli qui sul blog.


Partiamo dai birrifici, allora, e da una provincia pugliese che raramente fa parlare di sè.
Da qualche mese è ormai attivo il birrificio Ebers, con un impianto da 12hl dove il birraio Michele Solimando si dedica alla produzione, frutto del cammino fatto da homebrewers e dalla professione di agronomo con particolare affinità verso i cereali, propensione a cui è seguita tanta formazione tra viaggi birrari, e corsi al CERB e presso la Doemens Academy.
Le birre prodotte al momento sono tre ed hanno i nomi omonimi degli stili di riferimento: Belgian Blond Ale (5,7%alc., 25 IBU), American Pale Ale (6,7%alc., 35 IBU) e Blanche (5,3%alc., 17 IBU), Nota di rilievo per quest'ultima, partorita inserendo anche orzo coltivato presso le proprie aziende agricole, grano duro Senatore Cappelli e scorze d'arancia I.G.P. del Gargano.
Assaggerò presto queste birre, sicuramente sarà più facile dire qualcosa ma ho una buona sensazione.


Contro ogni pronostico, nel foggiano le cose stanno diventando serie.
Ancora un altro birrificio, infatti, sta nascendo: è il Birrificio Artigianale delle Puglie ed ha sede ad Ascoli Satriano. Il progetto prevede l'esordio con una prima linea di tre birre denominata Japigia, in riferimento alle antiche popolazioni appule (qui ci vedo un'analogia con un altro birrificio, I Peuceti di Bitonto), linea di cui è già pronta la prima birra. Si chiama Daunia e, nonostante l'utilizzo di qualche luppolo americano, viene presentata come semplice Pale Ale, con un valore contenuto di amaro di appena 15 IBU. Il nome è chiaramente ispirato al territorio del foggiano, sede del birrificio.
Curioso come in diversi casi, nomi di birre e birrifici attingano dalla geografia o dalla storia del territorio, spesso come mezzo di promozione, in cerca di una sorta di identità, a mio parere tutt'altro che scontata da ottenere.


lunedì 13 ottobre 2014

Nuove birre da B94, Birranova, Bilabì, Beer Oz e Zerottanta

È da molto che non parlo di nuove birre pugliesi, delle novità che i birrifici continuano a sfornare per proporre birre sempre nuove, per non adagiarsi sugli allori, a volte anche per tenersi attivi e sempre alla ricerca di nuovi orizzonti.

La novità più fresca, e per certi versi inaspettata, è la nuovissima Azzurra, prima birra a bassa fermentazione prodotta dal birrificio B94 di Lecce. Chi conosce Raffaele Longo e le sue produzioni sa che il territorio birrario preferito è quello anglosassone, con poche variazioni sul tema, così come lo è questa. Infatti siamo al cospetto di una birra di 5,0 %alc. in stile helles, cioè una bassa fermentazione di tradizione tedesca, anzi bavarese nello specifico, con toni maltati ed un bilanciamento che pende verso il dolce.
Conoscendo le storie che ci sono dietro ai nomi delle sue birre, scommetto che anche in questo caso si tratta di una birra dedicata a qualcuno della famiglia...un sospetto ce l'avrei!


Da un grande birrificio pugliese ad un altro, il passo è breve. Il mai domo Donato Di Palma ha brassato per il suo birrificio Birranova una tripel. La cotta è avvenuta a fine estate ed è ha avuto il contributo anche di un birraio d'eccezione. C'è lo zampino di Nicola "Nix" Grande, un birraio che di tradizione birraria belga se ne intende e che non ha bisogno di molte presentazioni, e che diventa simbolicamente una collaboration beer tra due affermati birrai, praticamente compaesani.
La 9 in condotta, quindi, è una sorta di tripel hop, che vede la presenza di luppoli europei ed americani, anche in dry hopping.
La birra è stata presentata già al festival romano Eurhop la scorsa settimana ed è già disponibile al pub di mescita Birranova, e presenta già fruttati molto evidenti ed esplosivi. Sicuramente il tempo non potrà che farle bene, per cui ne prevedo scorpacciate non appena il clima si farà ancor più pungente.

giovedì 2 ottobre 2014

Baltic porter dalla tenebrosa eleganza: Warminski e Komes

Sulle baltic porter polacche e ceche mi sono già imbattuto in passato, e rispetto ad un sahti o un grodsiskie siamo già in un territorio sensoriale e culturale molto più esplorato.
Non mancano gli esempi reperibili appena si sfora in qualche capitale dell'est Europa, dato che i climi permettono quella bassa fermentazione che caratterizza questa produzione, insieme alla pulizia ed all'eleganza tipica di questi stili.

Sono riuscito a reperire due esempi di questo stile, direttamente acquistati in Polonia da un caro amico che si è trasferito a Varsavia.
Ho scelto, tra i tanti disponibili in un beer shop, due tra quelli che mi sembravano più promettenti.

La prima che beviamo è la Porter Warminski del birrificio Kormoran, birra da 9%alc.
Il birrificio è in piedi dal 1993, quindi neanche tanto. Si tratta di una birra tributo alla regione di Warmia, che in passato aveva ospitato diverse fabbriche per la produzione di birra ed il cui commercio e ciclo produttivo era regolato, come in altri floridi contesti europei, dal clero. Segno che si muoveva qualcosa di rilevante attorno alla bevanda, come si può leggere dalle note sul sito del birrificio.
La birra si presenta con effigi di premi e robe varie in etichetta, anche se possono non voler dire nulla.
Ed invece facciamo centro al primo colpo con una grande birra: molte volte sono determinanti proprio i primissimi aromi, quelli che non sai ancora elaborare ma che il naso suggerisce subito al cervello senza parole o termini appropriati ma con la nuda fisiologia dei sensi.
Facendo mente locale, poi, è netto il caffè in polvere che viene subito fuori, con immancabile cacao amaro come compagno di banco a traghettare questo aroma verso il naso.
In bocca si conferma proprio così, con lo stesso caffè in polvere ed una ancor più variegata presenza di cacao amaro, mentre ciò che avvolge in maniera decisa è la cremosità e la pienezza del sorso, senza andare a sforare in dolcezza residua o stucchevolezza, tutt'altro.


Il birrificio afferma di dedicare a questa birra un periodo di ben 21 settimane (ovvero 4 mesi) a lagerizzazione e maturazione, senza negargli anche una botta di pastorizzazione. Ed è proprio quella pulizia, quella elegante semplicità che si alleggerisce del carico, fortemente caratterizzante delle porter di ispirazione britannica, che lì regalano una pienezza diversa, più dura e marcata, supportata probabilmente da uno sfondo maltato ben diverso.

lunedì 29 settembre 2014

Il Sahti tradizionale, Happy Crack e le interpretazioni moderne

I polacchi di Pinta, oltre a produrre Grodziskie e tutti i più comuni stili birrari, si sono lanciati anche nella produzione di un'altra birra dalle forti radici storiche e tradizionali.
Stavolta si va verso latitudini più alte sforando in terre finniche, perchè Pinta e Pracownia Piwa hanno brassato insieme (il fenomeno delle collaboration e delle one shot è ormai globale) un Sahti, antica birra finlandese la cui produzione osserva più eccezioni che affinità rispetto ad una birra, per come la si intende convenzionalmente. In realtà questa Happy Crack è un black sahti, come battezzato in etichetta, ma da Pinta era già venuta fuori una versione "regolare" di Sahti che avevano chiamato Happy End. Ad ogni modo, scuro o chiaro, scalpitavo per poterne bere uno.

Aiutandomi con le descrizioni della AHA, scopro che questa bevanda fermentata pare affondi le sue radici già nel 9° secolo ed è presto associata ai Vichinghi, tanto che qualche teoria ne associa il loro sviluppo dell'agricoltura proprio al bisogno di segale per produrlo. Perchè è la segale il suo ingrediente caratteristico.
Nonostante la lunga tradizione, in Finlandia non è che ci fossero birrifici veri e propri. Molte comunità tradizionali finlandesi erano piccoli villaggi e il numero degli abitanti non era tale da sostenerne uno. Per cui erano le famiglie e i villaggi stessi a produrne con ingredienti facilmente reperibili. Come è avvenuto in molte culture, erano le donne a fare i birrai in passato in Finlandia, ed era comune usanza per una madre passare la ricetta del sahti alle proprie figlie.
Tradizionalmente, il sahti è prodotto con ingredienti reperibili presso la fattoria, per capirci a "km zero". Generalmente questo significava una composizione di cereali di solo malto d'orzo, un mucchio di rami di ginepro con bacche di ginepro e talvolta altre erbe e spezie. Il malto e talvolta le bacche di ginepro fornivano gli zuccheri fermentabili, con la maggior parte del sapore prevalentemente proveniente dal ginepro. Tuttavia, in puro stile "farmhouse", gli ingredienti presentavano variazioni da un villaggio all'altro. Ad esempio, la Tammisaari,  regione meridionale della Finlandia, era nota per l'uso anche di lamponi nei suoi sahti.
Nel tempo si sono aggiunte segale, avena e sono stati usati anche alcuni malti tostati, ferma restando la presenza di 80%-90% di malto d'orzo. Intorno al 14° secolo, i luppoli si fecero strada sulla scena birraria finlandese, pensati per essere utilizzati non solo per il sapore e l'aroma, ma anche le loro qualità antisettiche.


Non era raro fare due diversi sahti, uno con il primo mosto ed uno col successivo risciacquo delle trebbie, mentre riguardo al lievito, inizialmente erano quelli selvaggi ad intervenire sul mosto ma pian piano si fece largo il lievito madre per panificazione, tenuto vivo nel tempo da ogni villaggio, il che comportava la comparsa di ceppi diversi l'uno dall'altro, oltre al fatto che alcune colture portavano con sè dei lactobacilli.
Il sahti era tradizionalmente gustato direttamente dal fermentatore a fine processo, versato nella tradizionale Haarikka. Al netto dell'anidride carbonica residua presente a birra finita, in generale è interpretato come uno stile piatto, per cui tutto il gas prodotto non viene fatto trattenere nella birra. Il prodotto finale è tipicamente una birra al ginepro con una certa dolcezza residua, un pizzico di sapore di luppolo e di amaro, talvolta con una sottile acidità.


giovedì 25 settembre 2014

Lo stile polacco delle Grodziskie e la versione di Pinta Browar

La scena birraria europea è bella perchè possiede sì storia e tradizioni, ma anche innovazioni e modernità. Nel trambusto che la Reinassance degli ultimi decenni ha portato, ci sono in realtà delle sacche di resistenza che si accodano solo ad un punto avanzato, quale è questo periodo.
In pochi casi, però, la tradizione secolare conserva ancora un bacino da cui attingere per mostrarsi al mondo della birra in modo originale piuttosto che accodarsi e scopiazzare di sana pianta il modello di successo che sul luppolo in quantità ha fatto la propria fortuna.


Credo questo sia proprio il caso di una certa area dell'Europa nord-orientale, tra l'est europeo ed il bacino del baltico, culturalmente autonoma da sempre ed erroneamente associata alla macro-area russa. Qui certe tradizioni birrarie sono scomparse non da molto, per cui il recupero non appare troppo forzato nè complesso in termini culturali e produttivi.
La premessa filologica è obbligatoria per parlare delle birre che ho bevuto la sera scorsa, provenienti da Polonia e Lituania e che si rifanno a stili ancora poco noti e poco diffusi nella scena birraria dell'Europa che conta e che fa parlare.
C'è da scommettere, però, che non resteranno nel silenzio ancora per molto.


Già mi è capitato di affacciarmi in una prima ed in una seconda occasione a birre polacche e di aver scoperto i fermenti decisamente attivi sotto la coltre di apparente inattività. Aspetti di cui mi piace parlare e che preferisco approfondire rispetto alla nuova etichetta del birrificio X o al festival di quartiere con birraio presente in modalità guest star.

La prima birra di cui parlo oggi è (anzi era e potrebbe tornare ad essere) un emblema della birra in Polonia. Sto parlando della Grodziskie, birra con 100% di malto di frumento affumicato da legno di quercia, una volta tipico della cittadina di Grodzisk. Dato che non solo Claudio Cerullo del Birrificio Amiata l'ha prodotta (l'ho assaggiata tempo fa) ma l'ha anche portata alla luce dal punto di vista storico, mi sembra il minimo riportare le sue stesse parole.


Grätzer è il nome tedesco e deriva dalla città di Grätz, nella parte occidentale della Prussia. Dopo la prima guerra mondiale la Prussia occidentale divenne Polonia, ed infatti oggi questa stessa città è conosciuta come Grodzisk, e si colloca nella provincia di Wielkopolski nella Polonia occidentale. Pertanto, questo stile di birra di grano affumicato è conosciuto come Grodziskie (Grodzisz) in polacco.

lunedì 22 settembre 2014

Scoprendo Theresianer attraverso tre birre

Raramente mi imbarco in avventure al buio verso prodotti di grossi birrifici di cui ignoro la qualità o di cui non sono sicuro, ma in questa occasione ne ho avuto l'opportunità servita su piatto d'argento.

Ho avuto modo di essere contattato per conto del birrificio Theresianer (non senza una certa dose di soddisfazione) e di ricevere in dono un tris di loro birre.


È uno dei birrifici più antichi d'Italia, ha all'attivo una produzione annua che si aggirava sui 19.000 hl/anno,(2012) e 28.000 hl/anno (2013), il che lo colloca ben oltre i numeri della birra artigianale italiana. Per chi ancora non lo sapesse, i più promettenti birrifici medi italiani viaggiano su 1.000 hl/anno, i pochi pezzi grossi vanno sui 3.000 hl/anno mentre un paio si avvicina appena ai 10.000 hl/anno, giusto per dare un'idea.
I numeri della vera birra industriale, invece, sono ben più alti e presentano uno o anche due zeri in più rispetto a quelli di Theresianer, per cui non è difficile accostare numericamente questo birrificio più ai numeri dell'artigianale italiana. Numeri che, per esempio, in USA risulterebbero senza dubbio propri del comparto artigianale per come lì si sono evolute gli affari, ma qui la storia è diversa. Per altri numeri di birrifici italiani, consiglio questa lettura.

In realtà, però, il birrificio storicamente sorge in un'epoca ed in un contesto decisamente diverso da questa recente ondata di birra di qualità. A quanto pare, la fabbrica Theresianer nasce nel 1766 nel Borgo Teresiano, quartiere di Trieste, fondata da mastri birrai austriaci grazie alla licenza concessa dalla sovrana Maria Teresa D'Austria. Fu la prima fabbrica di birra austriaca in territorio italiano, e questo già si evince dalla coesistenza della bandiera austriaca e di quella italiana nel logo.

lunedì 8 settembre 2014

Maastricht: le sorprese di Cafè Frape

Di ritorno da Amsterdam ed in direzione dell'aeroporto di Aachen, mi sono fermato per qualche ora nella cittadina di Maastricht, Siamo nel cuore dell'Europa e nei luoghi istituzionali della UE, in un fazzoletto di terra a cavallo tra Germania e Belgio ma sempre di competenza olandese.


Durante le ore di bighellonamento prima del volo aereo ci rechiamo nel locale di cui meglio ho letto cercando informazioni. Si tratta di Het Bat, dal nome dell'omonimo pezzo di lungofiume, ma noto anche come Cafè Frape, posizionato sulla sponda sinistra del fiume Mosa.


Siamo in piena mattinata e il locale è frequentato solo da un paio di anziani signori, più belgi che olandesi dall'aspetto e dalla fisionomia. Appena entrati, si ha la sensazione di essere davvero in Belgio, con arredi barocchi e specchi un po' dappertutto, così come insegne di birrifici trappisti o birre d'abbazia, oltre ad immancabili poster di nuovi birrifici, anche americani.
Si capisce subito che siamo in un luogo di frontiera, sia geografica che concettuale.

lunedì 1 settembre 2014

Amsterdam parte II: Brouwerij 't IJ e Brouwerij De Prael, luci (rosse) e ombre

L'indomani è il turno dei due brewpub di Amsterdam. Chiaramente solo dopo essermi goduto bellezze museali e paesaggistiche della città e dei suoi dintorni.


Prima tappa è Brouwerij 't IJ, grande punto di ritrovo della gioventù della città sovrastato da uno degli ultimi mulini a vento rimasti in piedi ad Amsterdam, il che rende questo brewpub un insieme di attrazione turistica e birraria. Ricordo di aver visto per la prima volta questo birrificio in uno dei celebri documentari di Michael Jackson in cui racconta la scena dei birrifici trappisti e di qualche focolaio di rinascita in Olanda, di cui questo birrificio è uno dei pionieri. Per chi volesse rinfrescarsi la memoria, eccolo servito al minuto 12:47 (con sottotitoli in italiano).

Avrete sicuramente percepito la curiosità e, per certi versi, lo stupore di Michael Jackson nel trovare un piccolo birrificio che producesse birre ispirandosi a dubbel e tripel. Di sicuro questa scelta, oggi nel 2014, non ha più lo stesso effetto e sembra un'operazione di recupero assolutamente normale.
Questo la dice lunga su quei tempi, sui cambiamenti avvenuti da quegli anni.

Il birrificio 't IJ (vuol dire anche "uovo di struzzo", vedi logo) apre i battenti nel in 1985 insieme ad altri piccoli birrifici olandesi in risposta alle birre commerciali.

lunedì 25 agosto 2014

Amsterdam parte I: In De Wildeman e Arendsnest tra kuyt ed altre craft olandesi

Per passare dall'immobile qualità della tradizione birraria renana ai modernismi olandesi che si concentrano nella pazza Amsterdam si impiegano poco più di un paio d'ore di treno. Ma in questa breve pausa non è certo facilissimo provare a cancellare per qualche giorno le godurie assolute di Düsseldorf e Colonia, fedeli e costanti compagne di giornate, andando incontro al "buio" di una scena birraria relativamente nuova e tutt'altro che conosciuta.


È facile immaginare come la città di Amsterdam sia il fulcro dell'intero movimento di birrifici artigianali, locali birrari di un certo livello e degli immancabili appassionati. Come racconta Roger Protz, da poco anche gli inglesi del CAMRA hanno puntato i fari sulla realtà olandese addirittura uscendo con una guida sul modello degli storici manuali per cacciatori di buone birre già pubblicate per Belgio, UK, Repubblica Ceca e altri.
Nell'articolo in cui Protz presenta il libro si riportano le informazioni dell'autore Skelton secondo il quale, dagli appena 22 birrifici su tutto il territorio nazionale nel 1975, oggi si sia già superata quota 200 attività birrarie.
Non dimentichiamo che tra questi l'Olanda può vantare ora ben due birrifici trappisti, La Trappe e Zundert.

[...]
Skelton says that in 1975 a beer guide to the country would have been a pamphlet, with just 22 breweries. Today there are 200 and the number is expected to go on rising. If the images are anything to go by, many of the new breweries are smart, highly professional and commercial. And there’s a lot of wood around, as Dutch brewers join the rush to age beer in oak. There is even a Dutch attempt at brewing lambic – but don’t tell the Eurocrats or they will send the heavies round.
Inspired by American, Belgian and British beer styles, you will find blond ales, Bock, Dubbel, IPA, Oud Bruin, Rauch, Saison, Stout, Tripel and Witbier, as well as the Dutch versions of gruit, beers made with a mixture of herbs and spices.
[...]



I locali birrari di riferimento per ora rimangono solo una manciata, anche perchè, a mio parere, in una città in cui le trasgressioni per le quali a volte si affronta appositamente il viaggio verso Amsterdam, sono almeno un paio :) , per cui, causa forza maggiore, credo la birra vada ovviamente a finire in secondo piano.
Al di là di questo, avevo 4 locali in cui andare a bere bene, di cui due erano brewpub, ed in questa prima parte parlo dei proeflokal, letteralmente "locale di degustazione" ma che sta per birreria, in soldoni. Nel prossimo post sarà la volta dei due brewpub, senza contare che dopo Amsterdam ho bevuto ancora birre olandesi a Maastricht. Racconto prima i locali e le birre e poi verrà il tempo dei giudizi complessivi.

lunedì 18 agosto 2014

Obergäriges Lagerbier: così dovremmo chiamare kölsch e alt

E' di scarsi 50km la distanza che separa Düsseldorf e Colonia, due traini dell'economia dell'intera comunità renana in quest'angolo di Germania esposto ad ovest.
Da Düsseldorf i collegamenti ogni mezz'ora sono ciò che di meglio ci si può aspettare per recarsi nella città del maestoso duomo con il secondo campanile più alto d'Europa e delle grandiose birre autoctone: le kölsch.


Se nel post sulle alt ho voluto sorvolare sulle caratteristiche dello stile, in questo vorrei spendere qualche parola in più ed in realtà lo stesso ragionamento delle kölsch, già oggetto di un report, si può estendere anche alle alt.
Il punto nodale di queste due birre è che si trovano a metà tra ale e lager. In pratica, vengono fermentate con lieviti ad alta fermentazione e subiscono un processo di maturazione a bassissima temperatura. Tuttavia la questione getta spesso molta confusione, e chi propende per definirle semplicemente ale o semplicemente lager incontra comunque dei consensi dato che sono birre dalla personalità bipolare e si immedesimano sia nell'una che nell'altra categoria a seconda di come le si guardi.

Questione di lana caprina? Sì...e forse ai tedeschi stessi interessa meno di niente. Ma perchè non giocare a mettere i puntini sulle i, ma anche sulle ä, sulle ö e sulle ü? :)
Non a caso ho lasciato per ultima la discussione dopo i racconti dei singoli giri per birrerie per le due città: il bere godereccio e consapevole prima di tutto, l'approfondimento eventuale (cultura birraria) dopo.


Il guru e storico di cultura birraria con la "C" maiuscola, Ron Pattinson, in un suo post di qualche tempo fa, faceva notare con il suo solito analitico modo di sviscerare differenze e particolari, un problema semantico e linguistico che ci porta a considerare le kölsch tra le ale tedesche. Il problema sta nel termine ale stesso, e nella sottile differenza tra dire ale e dire alta fermentazione. Se di solito essi vengono usati come sinonimi, in realtà, se si vuol essere rispettosi della tradizione e delle radici storiche del mondo birrario che non sia quello anglo-americano, si dovrebbero usare termini separati.
Ecco come ce lo spiega Ron Pattinson:

[...]
Come già detto, un sacco di cose mi infastidiscono. Chiamare "Ale" le birre tedesche ad alta fermentazione è una. Perché mi irrita così tanto? E 'un esempio di come inchiodare una terminologia anglo-americano su una cultura birraria straniera. Così come ridurre stili di birra ceche a Bohemian Pilsner. È pigro, sciatto e piuttosto accondiscendente.

lunedì 11 agosto 2014

Colonia e quelle fantastiche kölsch

L'impresa non è delle più semplici: passare in rassegna la città di Colonia, la sua principale attrazione turistica e bere quante più kölsch diverse possibili..
Avendo fatto di Düsseldorf il mio campo base, però, in 30 minuti di treno e poco dopo le ore 9 siamo già ai piedi del celebre duomo, esattamente laddove è situata la stazione centrale.
Le dimensioni di questa meraviglia gotica fanno rabbrividire e visitarla internamente è meno complicato del previsto. Sta di fatto che ci ritroviamo a girare per i vicoli della città vecchia della Altstadt (qui molto meglio tenuta in piedi rispetto alla maltrattata Düsseldorf) in cerca delle prime birre.


Lo sappiamo, le kölsch sono il fiore all'occhiello delle birre tedesche ad alte fermentazione, che uniscono i toni maltati docili ad una grande pulizia data dalla fase di lagerizzazione. Si tratta, come nel caso delle alt, di birre filtrate ma dalla grandissima bevibilità ed, in molti casi, di birre di alta qualità dall'elevato appagamento.

Stesso discorso anche qui: ho individuato i locali in cui vi fosse il servizio a caduta, quindi direttamente dalle botti (quasi mai in legno, come invece accade per le alt), evitando il più possibile il servizio alla spina. In qualche caso non è stato possibile scansarlo perchè ormai qualche birrificio ha da tempo una grandissima produzione tanto da avere l'impianto di produzione fuori dal luogo di mescita, ma soprattutto un tale raggio d'azione nella città da preferire la spinta della propria birra su impianti fissi, e quindi addio servizio a caduta. Poco male, non è la fine del mondo, perchè comunque sto bevendo kölsch direttamente nel loro luogo natio e di sicuro di giovane età, fresche di produzione causa fortissimo consumo, soprattutto in questi mesi estivi più caldi (ho trovato 30°C) quando ogni piazzetta della città è un pullulare di panche con sopra dorate e sfavillanti birre.


Una delle differenze nel servizio è costituita dal bicchiere, ancora più stretto ed alto rispetto a quello delle alt e stavolta di 20cl di capienza rispetto a quello delle alt di Düsseldorf servite in 25cl (entrambi molto comodi, soprattutto nella stagione più calda, per bere la birra ben prima che arrivi a scaldarsi), oltre al fatto che qui il vassoio non è uno qualsiasi ma si distingue per avere una maniglia che aiuta a trasportarlo con una semplice presa ad una mano, nonchè veri e proprie sedi apposite in cui il bicchiere viene inserito. Riempita questa schiera di fori, si procede ad occupare tutta la superficie non forata disponibile internamente al vassoio, stringendo un bicchiere contro l'altro e contro il manico, ed il tutto si risolve senza il benchè minimo spargimento di birra, eccezion fatta per la poca schiuma che tracima. Soluzione tanto folkloristica quanto utile e veloce.


Tra l'altro, rispetto alle alt di Düsseldorf servite riempiendo il bicchiere cilindrico in un'unica volta, per le kölsch dopo un primo riempimento del bicchiere e circa un minuto di attesa, ne spetta un secondo di rabbocco. Non saprei dire se i due metodi abbiano un valore più storico che tecnico, in realtà la schiuma delle kölsch in questo modo mi pare essere più pannosa rispetto alle alt. Forse è proprio il bicchiere più stretto ed alto delle kölsch rispetto a quello delle alt a causare una quantità di schiuma maggiore, la quale poi necessita di sedersi qualche minuto e liberare spazio per altra birra fino a colmare il bicchiere...ma stiamo parlando di piccoli dettagli.
Ad ogni modo, lascio giudicare questo tipo di servizio da un piccolissimo video che ho girato alla birreria Päffgen prima di attaccare con la batteria di locali e birre.

giovedì 7 agosto 2014

Düsseldorf e le sue meravigliose altbier

Ci sono meraviglie che il tempo e gli sguardi dimenticano e scansano:, troppo antiquate o recondite anche se situate in una culla di modernità ed agiatezza europea che poche città possono vantare.
Non è certo la città in sè a spiccare, seppure architettonicamente cerchi ancora di ricostruirsi in ottica futurista e sperimentale dopo le ferite del secondo conflitto mondiale.
Le gemme, piuttosto, non sono da cercare all'esterno ma all'interno delle costruzioni rimaste in piedi nella zona vecchia della Altastadt: le brauhaus di Düsseldorf sono paradisi tetri e frenetici dove comanda solo lei, la altbier.
Birra che fa stile a sè e che per fortuna è resistita nel tempo, quasi solamente a Düsseldorf e nei dintorni prossimi a questa città bagnata dal Reno e tagliata dal piccolo affluente Düssel. Più che descriverne le generali caratteristiche di questa scura ad alta fermentazione maturata fino a due mesi a freddo in botti di legno, che in molti più o meno conoscono ed associano ad un equivalente tedesco delle inglesi bitter e brown ale, farei parlare qualche immagine e le impressioni sulle singole alt dei diversi birrifici, alcune anche diversissime tra loro. Come lettura preparatoria, comunque, consiglio di non perdersi questa scheda di germanbeerinstitute.com.

Nel mio tour per la città , programmato praticamente solo per bere alt più che per motivi prettamente turistici, ho individuato le sei birrerie presenti ed ho fatto la scelta di andare a berle solo nei locali in cui il servizio fosse a caduta, cioè direttamente dalla botte in legno su cui viene innestato il rubinetto in basso sul lato ed una sorta di valvola di sfiato sulla base superiore. Più facile immaginarlo che spiegarlo.


Questo perchè nei casi di birrifici con grandi produzioni (quasi tutti), le birre si trovano anche e soprattutto in tutti i locali della città (più di 200 nella sola Altstadt, la città vecchia), dal bar al ristorante non tradizionale, quasi sempre alla spina e quindi con anidride carbonica immessa artificialmente. Tra l'altro, anche per godere della calda atmosfera in legno dei brewpub, o meglio di hausbrauerei (nel caso di impianto attiguo al locale stesso) o di ausschank brauerei (letteralmente locale di mescita della birreria, qualora essa sia distante), sono andato sparato in queste ultime, anche facendo qualche chilometro in più. La città, poi, non è grandissima, e anche se fosse lo avrei fatto ugualmente.

martedì 29 luglio 2014

Il mio BBF 2014

È davvero dura recuperare lucidità dopo un prolungato week-end di festival birrario. Eppure da testardo maniaco dei ricordi voglio fissare questo momento e questa n-esima edizione del BBF che ho vissuto lasciando cadere qualche parola sulle birre, sull'atmosfera, sulle sensazioni.
Come sempre musica e partecipazione popolare sono state il leitmotiv della manifestazione, e questa è spesso la condizione minima che crea una sana atmosfera di goliardia.

Quest'anno tutto ciò è stato arricchito dalla ricca presenza di un gruppo di "addetti ai lavori" davvero molto numeroso, giunti un po' per decretare le migliori birre per il Concorso HB "Fascino Mediterraneo" ma anche e soprattutto per vivere questo festival, uno dei pochi a Sud: mai quanto in questa edizione la partecipazione di giudici, birrai, degustatori, docenti e scrittori birrari è stata così numerosa, e questo ha sicuramente contribuito a dare anche maggior peso al BBF. Senza girarci intorno: un appassionato si sente ancor più contento nel potersi confrontare con chi di festival ne gira e che ne beve di tutti i colori, scambiando vedute ed opinioni sul movimento ma anche vivendo il lato umano di questi incontri, dopo i quali la birra a volte viene ridotta a semplice pretesto, come è giusto che sia e come lo è sempre stata, per fortuna!


A proposito del concorso di homebrewing...ancora una volta ha sorpreso: soprattutto per capacità di inventiva che hanno avuto coloro che si sono classificati ai primi posti: ha vinto una birra con aggiunta di ben 3 mosti d'uve differenti e non è una cosa da tutti concepire questa creazione. Meritevoli anche le altre birre del podio e devo dire che tutto il livello delle circa 50 birre arrivate mi è sembrato alquanto elevato, impressione contraria a quella dello scorso anno.

Tornando alle serate, tante le birra passate dalle spine.
Doveroso distinguere almeno due categorie, anzi tre: le birre Birranova, la selezione di birre pugliesi e la selezione di altre birre italiane. Vado a memoria, se me ne è rimasta ancora.

lunedì 28 luglio 2014

Guida MoBI ai locali birrari: la mia recensione

Uno strumento importante per tutti: appassionati incalliti, curiosi o birrofili che si trattano bene anche quando bevono birra. Non ho mai capito perchè questi ultimi siano stati, in un certo senso, riconosciuti ed accettati solo recentemente nella categoria dei buongustai. Ad ogni modo, questa guida legittima anche loro!
Bere bene è un atto importante per sè stessi, e allora perchè non cercare i posti migliori ovunque si giri per lo stivale?

Senza scomodare la nota citazione di Goethe sulla geografia e sulla birra, posso dire che questa Guida ai locali birrari fortemente voluta da tutta l'associazione MoBI, dalla base dei soci così come dai responsabili, scatta una fotografia sull'ultimo anello della catena di questo grande movimento di rinascita birraria italiana: i locali dove poter trovare birra di qualità.
Durante questo ventennio di birre artigianali in Italia la situazione è decisamente cambiata:
se in passato, a quanto pare, per bere birre di livello ci si doveva accontentare di chicche raramente e difficilmente importate o si era quasi costretti a sconfinare verso nord cercarndo direttamente all'estero - attività che si annovera nel beer hunting - , se vogliamo essere sinceri ora queste migrazioni sembrano decisamente meno necessarie.

L'esplosione dei microbirrifici ha fortunatamente avuto un seguito anche sul numero e sulla qualità dei luoghi preposti al servizio delle birre stesse, seppur con un tempo di risposta di diversi anni.


La guida offre, quindi, un interessante quadro "regione per regione" per cui potrebbe essere usata anche in un duplice modo: il primo come vera bussola birraria, il secondo come una panoramica della scena dei locali illuminati in ogni singola regione, leggendo di come il fenomeno stia passando dal coinvolgimento di una piccola nicchia di consumatori ad una platea in continuo aumento in molte aree del Paese.
Il suo scopro principale è quello di fornire un supporto pronto e completo per quando ci si sposta sul territorio nazionale e si vuol essere certi di trovarsi di fronte a qualcosa che valga la pena bere, spillato in un modo degno della sua fattura, che sia italiana o meno.

giovedì 17 luglio 2014

La mia tabella di marcia: Colonia, Düsseldorf, Amsterdam

L'obiettivo di quest'anno era andare in Germania, in cui finora non ero mai stato.
Tra le varie opzioni di viaggio, mi affascinava un tour della Baviera, della Franconia o della Germania occidentale tra le regioni della Ruhr e della Renania settentrionale. Le prime due scelte hanno dei limiti oggettivi che riguardano i voli aerei, lo spostamento in auto ed il rischio dello stesso unito a qualche birra di troppo bevuta tra un villaggio, un birrificio o una birreria e l'altra, oltre a complicazioni logistiche e di costi di un volo che dal sud Italia volesse raggiungere sperduti villaggi della Foresta Nera.

Non è un "no" definitivo a quelle esperienze, è solo un rinvio a momenti migliori. A differenza delle opzioni precedenti, però, la suddetta regione con Düsseldorf e Colonia è decisamente fattibile oltre che relativamente comoda a livello logistico. Tra l'altro sono due città che rispettivamente con Altbier e Kölsch incarnano il concetto di stile e di territorialità come pochissime altre città in Europa (ci metterei solo Bruxelles, Lipsia, Bamberga e Pilsen), con l'ulteriore vantaggio (o almeno, io lo interpreto come tale...per qualcun altro potrebbe essere solo noia) di poter bere esempi di uno stesso stile interpretati da più birrifici, per lo più versati nè da bottiglia e nemmeno alla spina, ma bensì a caduta.


Volendo ben sfruttare un volo, poi, ho pensato che sarei potuto spingermi anche oltre i confini occidentali della regione tedesca, sforando in territorio olandese.
Chiaramente la scelta è ricaduta sulla città di Amsterdam, dove la situazione birraria è agli antipodi con nessuna impronta territoriale a marcare la scena birraria ma, al contrario, con una nuvola di nuovi fermenti e di interpretazioni birrarie e cavallo tra la vicina tradizione belga e la spumeggiante ondata nord-europea e quindi americana di stampo moderno.
Non sarà meno affascinante fare beer hunting in questo luogo con pochi riferimenti, ma sarà senz'altro diverso da quello che praticherò nelle due cittadine tedesche dove il riferimento è uno e soltanto uno.

Bonus track la città olandese di Maastricht, dove in attesa dell'aereo di ritorno dovrei poter bere qualcosa, per cui un locale me lo sono segnato anche là.

C'è un bel BBF di mezzo tra questa vigilia e la partenza stessa, per cui mi porto avanti col lavoro e di sicuro getterò fiumi di inchiostro al ritorno ad agosto.
Come mio solito ho pianificato le tappe del mio vagare e qui le sintetizzo in queste mappe interattive.

____________________________________________________________

Düsseldorf

Brauerei Schumacher, Oststraße 123, 40210 Düsseldorf
Brauerei Uerige, Berger Strasse 1, 40213 Düsseldorf
Hausbrauerei Zum Schlüssel, Bolkerstraße 43, 40213 Düsseldorf
Brauerei Kürzer, Kurze Straße 18-20, 40213 Düsseldorf
Brauerei Im Füchschen, Ratinger Straße 28, 40213 Düsseldorf
Frankenheim Brauereiausschank, Wielandstraße 16, 40211 Düsseldorf



martedì 15 luglio 2014

Manca pochissimo al BBF 2014

Una decina di giorni appena e sarà l'appuntamento dell'estate birraria pugliese.
Il Birranova Beer Fest riparte anche stavolta e la piazzetta di Triggianello, quieta e placida durante tutti gli altri mesi, si animerà per la settima volta per merito di belle birre, musica ed incontri vari.

Fioccano festival di birra "commerciale" dappertutto lungo la regione, ma il BBF resta l'unico appuntamento degno di meritare spazio e risalto, a maggior ragione dato che l'offerta birraria e culinaria e l'organizzazione crescono di anno in anno. A questo motivo devo aggiungere un certo attaccamento per un appuntamento che, dalle prime edizioni fino ad oggi, ha fatto tanta strada e mi ha fatto bere e conoscere meglio un bel mondo. Dissetandomi e divertendomi, per giunta.

Degli appuntamenti che terranno banco da venerdì 25 a lunedì 29 luglio tra le vie della piccina Triggianello ne vorrei ricordare soprattutto alcuni.

Il primo riguarda sabato, quando ci sarà la presentazione della Guida alle Birre d'Italia 2015 di Slow Food con una chiacchierata sul mondo della birra artigianale del sud e soprattutto pugliese dal titolo Fermenta il Sud. Occasione in cui interverranno una serie di nomi e figure di spicco nel panorama nazionale.


Tra i tanti, una menzione speciale meriterebbe una figura di assoluto riferimento come Andrea Camaschella, tra i massimi conoscitori della realtà birraria nazionale ed internazionale nonchè collaboratore della stessa guida, autore di articoli su riviste specializzate, beer hunter incallito, docente...soprattutto grande compagno di serate! :)

venerdì 11 luglio 2014

La buona birra nobilita il publican

Non resisto al richiamo di qualche bevuta serale e seriale, nonostante la mole di concentrazione che mi è richiesta in questo periodo.
Se poi mettiamo il bisogno di refrigerio, qualche serata libera, il fascino di una tranquilla località nel verde, un banco spine a doppia cifra e una scontistica infrasettimanale sul costo della pinta, anche i poco comodi 40 km di distanza dal Pecora Nera di Cassano Murge (BA) possono tranquillamante passare in secondo piano.


Il locale ha degli interni davvero unici che sorprendono: ammiccano alle roadhouses americane, a taverne di passaggio da vivere con tutta la rilassatezza del caso. Tanto legno, luci basse, tappi ed oggettistica birraria non banale un po' ovunque sulle pareti, e poi sembra ben frequentato e starci è un piacere.
Fortunatamente d'estate il gestore Pino ed i suoi due figli "bartender" svoltano il locale come un calzino e lo capovolgono verso l'esterno, con ampie e numerose panche in legno, una copertura e persino un palchetto neanche piccolo per musica dal vivo.
Un paio di mesi fa ci sono stato e chiaramente ci sono tornato dopo aver visto la lista delle spine sul banco da 12 vie. E la mia sorpresa è stata quella di vedere ancora progressi nella selezione. Quando ci sono stato, al coperto, virai su birre in bottiglia - in verità, col freno a mano tirato visti alcuni prezzi in listino - , tornando a casa comunque parecchio soddisfatto.
Ora sulla dozzina di vie presenti in nell'impiantino all'esterno - quello all'interno era in vacanza - , noto che più della metà sono birre non commerciali(ssime), di qualità, insomma birre da bere di gusto e decisamente promettenti, della serie che quando le becchi in lista sai che tornerai a casa con un bilancio dal soddisfatto in sù.

Insomma, si parte con una splendida Chimay Dorèe. In bottiglia mi piacque ma una birra bevuta 12 mesi prima non può e non deve rimanere un ricordo, specie con il suo potenziale dissetante che va a braccetto con la stagione. Inequivocabile il coriandolo, fine e penetrante, che prepara alla bella trama maltata di peso leggero, appagante ma silenziosa rispetto a questo strato speziato. A bocca saziata emerge senza dubbio un amaro di natura vegetale che richiama la scorza d'arancia. E' inutile che i monaci continuano a smentire: neanche mi ricordavo, ma a quanto pare le mie papille sì.


Difficile non bissare, ma altrettanto spiacevole sarebbe saltare questa Saison Biologique Dupont, tra l'altro mai bevuta al contrario della nota e classica sorella maggiore Saison. Da essa differisce essendone inferiore di 1 grado alcolico, ma condivide chiaramente la fattura di quel lievito: quando si beve saison si sa, non si beve un gusto standard ma il prodotto di uno dei lieviti più caratterizzanti, che spesso copre tante sfaccettature della ricetta che vengono fuori solo da attente autopsie degustative.
Non c'è dubbio che il taglio maltato e destrinico in questa birra si sposi benissimo con una sorta di acidità frumentosa che ripulisce e prepara a quella secchezza amara. Poggiato il bicchiere al bancone, quest'ultima fa semplicemente sospirare.

Ancora dura staccarsi, ma la Celebration di Sierra Nevada chiama. È confortante potersi assicurare della freschezza del fusto in termini di date di produzione sia dalle parole di chi la spilla che da quanto si riesce ad assaporare, essendo una fresh hop ale (ma allo stesso tempo una robusta birra di Natale, come etichetta e nome suggeriscono) ed adoperando quindi luppoli freschi. I primi indizi degli aromi luppolati ci sono tutti, ed in bocca la solida e rotonda base di malti sostiene ancora questi luppoli senza sconfinare nei territori eccessivi delle IPA. Al di là dei nomi li riconosco, li riconosco quei pochi luppoli americani che mi piacciono e che salvo, quelli non cafoni che conservano nel dna quella sfuggevole ed arcaica origine inglese fruttata elegante.

giovedì 26 giugno 2014

Il nuovo che avanza

Per come ho a cuore il legame tra stili e divulgazione starei davvero ore ed ore a sciropparmi tutte le differenze tra quello che sarà lo schema del nuovo BJCP, annunciato pochi giorni fa, e quello in uso fino all'altro ieri. E stavo per farlo, meditando di elogiare taluni aspetti ed incriminarne altri. Fortunatamente qualcun altro (1-2) lo ha fatto prima di me e questo mi ha dato modo di stemperare l'animo e berci su fino a più illuminanti rilfessioni.
Poi vado a ripescare un post letto qualche giorno prima che credo possa essere un'ottima risposta a tutto quello che il nuovo BJCP racchiude.


Non vorrei fare l'errore di ritenerlo il male assoluto solo per quelle categorie "American-", per aver cancellato i nomi di Old Ale, Robust Porter e di Dortmunder Export e altre porcate combinate. Tra l'altro ci sono anche stili giustamente inseriti, di cui più che altro era difettosa la versione precedente dove non esistevano Keller, Gose e birre ceche varie, a cui una nomenclatura in lingua ceca (Tmave ecc...) si poteva anche concedere...suvvia!

Però devo dire che quello che colgo da quest'operazione è un senso di abbandono alla caciara ed allo sminuzzamento dell'eredità culturale, che è entrato quasi nell'ossatura del movimento mondiale di Reinassance birraria. Quella stessa bandiera che innegiava alla diversità di tanti stili ed al recupero del passato mi sembra quasi ammainata se penso all'omologazione di categorie come "English Strong Ale", "International Dark Lager" ecc... che vede nella pratica primeggiare una volontà culturale propria americana, sorda alla voce muta del storia e della geografia. Nell'attualità il mondo se l'è fatto andar bene, tutto sommato, ma non capisco perchè questo atteggiamento debba invadere anche la birra, nè soprattutto tutti quelli come me che vogliono vederci ancora un qualcosa di storico, emozionale ed autentico.
Certo, non ci sono ancora le linee guida scritte nere su bianco, stiamo parlando di aria fritta? Può anche darsi.

martedì 17 giugno 2014

Belgian Blond tra ricerca, homebrewing ed assaggi

Un po' perchè è fisiologico andare a cercare birre più sbarazzine, un po' per delle fisse che ti si piazzano in testa e non se ne vanno più, sto assistendo al mio incaponimento di fronte a certe birre estive che di anno in anno si alternano in cima alle preferenze durante i primi caldi.
Parlo di birra fatta in casa ma anche di birre fatte bene sgargarozzate fuori casa.

Lo scorso anno mi concentrai sull'accoppiata estate - Golden Ale. Non andò male la storia, tranne un problema con la rifermentazione in bottiglia.
Quest'anno pare che le coincidenze vogliano siano le Belgian Blond le birre di questi mesi, sia per quella che ho prodotto in casa un paio di mesi fa, sia per quella che ho ancora in testa dopo una bevuta al pub qualche sera fa.



Innanzitutto qualche parola sullo stile. Mi permetto di tracciare una linea di demarcazione rispetto a quanto indicato sul vetusto BJCP dove metterei insieme qualche elemento dalle Belgian Speciality e qualche altro dalle Blonde Ale di ispirazione inglese (vedi Golden Ale in pratica), distanziandomi anche da quanto scritto su BYO, per citare giusto un paio di spunti.
A cominciare dal BJCP fino ad altri siti di rating, questa categoria non è per nulla considerata con una sua indentità definita. E' un gruppo di birre sicuramente appartenenti al metodo e ai luoghi di un vecchio Belgio, quello delle abbazie con proprie ricette che si contraddistinguevano anche per brassare una birra quotidiana
In sostanza, queste birre si incasellano in più categorie ma sostanzialmente hanno delle caratteristiche proprie abbastanza definite. Prendo anche le considerazioni fatte sul libro culto "Brew like a monk", dove si parla di birre nate per contrastare l'ascesa delle pilsner industriali e per distinguersi con un carattere meno amaro e meno alcolico delle Tripel o delle Strong Golden Ale. Tuttavia, nel tempo la differenza di grado alcolico con le cugine Strong Golden Ale si è sempre più assottigliata fino quasi ad annullarsi. Lo si nota anche prendendo in considerazione birre prodotte con riferimento a ricette d'abbazia, ora commerciali, non tanto come la Val Dieu Blond (6,0%alc.) ma come Affligem Blonde (6,8%alc.), St. Stephanus Blonde (7,0%alc.) fino alla trappista Achel Blonde (8,0%alc.) e alla tutt'altro che commerciale La Rulles Blonde (7,0%alc.).
Su Brew Your Own (BYO), braccio armato (di penna) degli homebrewer americani, si sostiene infatti che il grado alcolico sia tra 6,0 e 7,5, ma come accennato le cose sono diverse.
C'è anche da dire che, come fatto notare su Brew like a monk", molti birrifici le dichiarano "belgian blond" anche se non esiste una categoria nel BJCP, a volte incarnando lo stile formalmente noto, altre volte prendendo licenze poetiche. Ma questo è ovvio, anzi, è normale che la produzione ed il mercato stesso negli anni abbiano dato delle direzioni al prodotto e delle personalizzazioni.
Il punto è che le belgian blond, storicamente parlando, pare fossero molto diverse relativamente ad alcuni dettagli stilistici, ed in questo presente di Reinassance e ripescaggio dal passato evidentemente la cosa non è passata inosservata.

mercoledì 14 maggio 2014

Assaggi di Beer Oz: Eva e Morgana

Le novità in questa regione non finiscono mai e la forma produttiva delle beer firm è una delle più attive in questi tempi, e così dopo aver visto l'esempio di un brewpub che punta tutto sulla mescita ci catapultiamo su un progetto decisamente diverso nei modi e nell'approccio.
Qualche giorno fa ho incontrato Danilo Valente ed Alessandro Liberio, protagonisti della nuova realtà di Beer Oz.

Si tratta del progetto brassicolo che sfocia in questa avventura produttiva dopo quasi cinque anni di homebrewing, contesto ed occasione in cui li ho conosciuti io stesso.
Per realizzare quello che un po' è stato il loro pallino di questi ultimi anni si sono affidati agli impianti di produzione di Birrificio Castel del Monte di Ruvo di Puglia, mentre il loro campo base è a Modugno, appena fuori Bari.


Sono sul mercato ancora da pochissimo, ma a quanto pare le cose stanno cominciando a girare. Abbiamo avuto modo di parlare di questa prima fase che li ha visti impegnati nelle cotte presso lo stesso birrificio nonchè nel commerciale e nella distribuzione.
Si dedicano ormai fiumi di inchiostro sul fenomeno delle birre conto terzi, con pro e contro sul versante imprenditoriale e produttivo quanto su quello del consumo, della qualità del prodotto finale e sui prezzi.
A dimostrazione del fatto che le parole lasciano quasi sempre il tempo che trovano, posso già anticipare che le due birre che al momento escono a nome Beer Oz sono buone birre, ben fatte e anche piacevoli.
I nomi sono prelevati dalla loro passione comune per il gruppo dei Litfiba.

lunedì 12 maggio 2014

Bilabì, il brewpub barese delle basse fermentazioni

Il nome è tutto un programma e potrebbe nascere dall'invito spensierato "bìv' la bir'" che dal vernacolo ad un più presentabile italiano viene contratto in Bilabì.
Non ci sarei mai arrivato da solo se non avessi avuto modo di chiederlo di persona a Lucio Bellomo e Nicolò Scoditti, soci e titolari del brewpub barese di recente apertura.
Con loro abbiamo avuto modo di scambiare due chiacchiere sull'idea di base di questo progetto, sul loro modo di vedere la birra artigianale e di proporla al consumatore.
Quando si dice che le birre sono un'estensione del carattere del birraio non si dice mai una sciocchezza. Anche in questo caso raccontano molto: in produzione c'è Lucio, birraio molto giovane e concreto che ha anche fatto esperienza.

Dall'homebrewing alle esperienze in produzione presso Stazione Birra (brewpub romano in attività dal 1998) ed in Germania al birrificio Berger, Lucio comincia a maturare l'idea di produrre, che si realizza quando con Nicolò decidono di avviare un'avventura che li appagasse entrambi. Loro che accademicamente parlando hanno storie lontane dall'ambito tecnico-scientifico, in questo progetto ci hanno creduto, hanno investito tempo e convinzioni, arrivando all'obiettivo con delle idee chiare e decise. Per dettagli sulle fasi della creazione dell'impresa stessa rimando a questa piccola intervista, che raccoglie ciò che gli stessi Lucio e Nicolò mi hanno raccontato.
Le birre riflettono le scelte meticolose che li hanno portati a produrre scegliendo l'approccio del brewpub, interpretando il bisogno del consumatore di mangiar bene ancor prima che bere bene, e questo in Italia ed al sud è quanto di più importante ci sia, nel bene e nel male.
Da Bilabì attualmente le birre sono tre, tutte a bassa fermentazione ed i motivi sono diversi: l'esperienza tedesca ha avuto di sicuro la sua influenza, ma c'è anche una voglia di traghettare il consumatore medio di birra industriale verso il territorio artigianale senza spaventarlo, senza intimorire troppo creando una netta separazione di gusto, proponendo di soppiatto qualcosa di migliore senza stupire a tutti i costi.

mercoledì 7 maggio 2014

Harveys Imperial Extra Double Stout 2003

The style "Imperial Russian Stout" and the name "Albert Le Coq" are synonimous. In the early 1800's the belgian A. Le Coq exported Imperial Stout from England to Russia and the Baltic area.
After the import traffic increases drammatically in the early 1900's A. Le Coq was invited by Tsarist government to brew the legendary Imperial Extra Double Stout within the Russian Empire. In the 1912 the first Imperial Extra Double Stout left the brewery in Tartu, the former province of Livonia, now Estonia. World War I and the Russian Revolution, however, brought a drammatic end to A. Le Coq's venture. Production ceased until 1921 and his brewery was nationalised by the Bolshevik government. The facsimile label on each bottle of Imperial Extra Double Stout pays homage to A. Le Coq without whom this classic style would never have reached its legendary place in the world of beers.

lunedì 5 maggio 2014

Ottavonano: il vintage e la birra campana

Per evitare delusioni e rimpianti, ormai decido ad inizio anno quali obiettivi pormi in ambito birrario.
Cerco di selezionare tra il marasma di locali da non mancare e di festival da non perdere quelli a cui non posso rinunciare, a cui non devo rinunciare entro l'anno.
Tra gli "obblighi" che mi sono dato per quest'anno c'era quello di recarmi allo storico Ottavonano di Atripalda (AV), luogo che dal 1998 è nel campo della divulgazione e del servizio di ottime birre artigianali e che forse è salito alla ribalta ai più solo in questi ultimi anni.
Sono stati soprattutto gli eventi di degustazioni vintage, probabilmente, a far più luce su questa realtà che Yuri di Rito, Gianluca Polini e compagni portano avanti facendo onore alla Campania e a tutto il sud.


Il locale è strutturato in due stanze contigue. Molto bello esteticamente per la carta da parati, gli arredi in legno molto caldi ed accoglienti. Dalla volta alle sedie ed al bancone si viaggia direttamente in Gran Bretagna senza troppo sforzo di fantasia: posso dire che è uno dei locali italiani più vicini ad una public house britannica.

In frigo c'è una bella selezione di birre provenienti da territorio nazionale ed internazionale: ho fatto fatica a trovare un'etichetta che non mi piacesse dato che di commerciale non c'è quasi traccia.
Decido di fermarmi al bancone su uno dei due sgabelli disponibili: frenetico ma attento alla spillatura il servizio dei ragazzi, rispettoso di tempi e modi con cui si spillano le birre presenti sulle vie.
Dominano la scena le birre del piccolo ma rinomato birrificio campano Il Chiostro nonchè quelle che lo stesso micro di Simone Della Porta realizza per l'Ottavonano e che portano il marchio Claustrum.


Prima di buttarmi sul vintage, fiore all'occhiello del locale, ovviamente colgo l'occasione per dedicarmi ad un paio di birre alla spina in questione.
Tra le dieci vie del bancone la prima è stata la Il Chiostro Irish Ale servita a pompa, birra dell'omonimo stile irlandese (ricordo che irish red ale è l'unico stile, insieme alle red flemish, che a poter essere descritto nel colore come "birra rossa").

sabato 19 aprile 2014

Si spilla birra di qualità nei capoluoghi pugliesi?

Qualche anno fa nei primi post qui su questo blog mi avventurai nell'osservare la scena pugliese prendendo spunto da un articolo di Francesco Donato sul periodico Movimentobirra, commentando quello che, per sommi capi, c'era di interessante. Erano i primi vagiti di questo movimento in ottica "regionale".
A distanza di qualche anno qualche giro per la Puglia posso dire di averlo fatto più di una volta, per cui ora potrei provare a dare una spolverata al quadro generale.
In particolare, però, vorrei dare risalto alla situazione che si trova nei vari capoluoghi pugliesi in termini di locali, pub, birrerie, escludendo tutto quello che ruota intorno alla produzione e quindi ai birrifici.
Magari può non interessare il lettore non pugliese (credo pochi), ma ogni tanto mi concedo una visione appulo-centrica perchè vivendo qui non si può fare a meno di notare, valutare ed elaborare considerazioni personali.

Le province le hanno abolite, ok. Ma concediamo un ultimo momento di gloria ai capoluoghi come ombellico del circondario. In realtà ce ne sono di luoghi birrari che sorgono in centri minori, ma per questa volta proviamo a far finta che locali in provincia tipo Birrarium, Nincasi, Birreria Birranova ed altri non esistano per niente.
Questo perchè dai capoluoghi, essendo agglomerati più grandi e popolati rispetto ai centri del circondario, tutti si aspetterebbero una maggior concentrazione di offerta, una più alta percezione della qualità e un maggior recepimento del fenomeno birra artigianale.
Ma è davvero così dappertutto? Vediamoli uno per uno, in ordine sparso.