venerdì 27 febbraio 2015

La mia Settimana della Birra Artigianale 2015
tra eventi, nuove birre e una trasferta romana

Come ogni anno verso marzo torna la Settimana della Birra Artigianale, l'iniziativa promossa da Cronache di Birra e dal suo ideatore Andrea Turco che accende i riflettori sulla birra di qualità, invitando a promuovere eventi ed occasioni di incontro tra bevute, appuntamenti importanti e sconti.


Come di consueto mi getterò a capofitto in questi "pretesti" per bere bene ed ancora meglio, anche se c'è da dire che col tempo, a giudicare dalla frequenza delle mie uscite e bevute, le mie settimane della birra artigianale si replicano con una cadenza mensile più che annuale. :-D

Ciò che faccio ogni anno è farmi un programma, giorno per giorno, sotto forma di elenco, comprendente le serate pugliesi, quindi quelle intorno a me più meritevoli a cui posso e/o voglio partecipare, ed inoltre quelle a cui ho programmato di partecipare, estendendo l'invito ad aggregarsi a chiunque ne abbia voglia.
Spesso questa kermesse diffusa è l'occasione per spingersi nella proposta di nuove birre, spesso one-shot, e c'è da dire che anche stavolta diversi in diversi locali c'è qualcosa di nuovo da bere, come si leggerà a fine articolo.
Quest'anno mi sono anche voluto regalare un week end a Roma, dove di certo non mancano eventi da segnalare.
Dunque, ecco la mia lista ma c'è da tenere d'occhio anche il sito ufficiale perchè si potrebbe aggiungere anche qualcos'altro:

domenica 22 febbraio 2015

Birra dell'anno 2015: la spunta Birra del Borgo

Il concorso organizzato da Unionbirrai, arrivato quest'anno alla decima edizione, ha annunciato ieri sera i risultati.
Dieci anni di progressi, di maturazione del movimento e di crescita del concorso stesso, trainata dall'aumento dei birrifici sul suolo nazionale e dalla voglia di una parte di essi di misurarsi, sottoporsi ad un giudizio e magari raccogliere soddisfazione ed un pizzico di notorietà.


Partiamo dai numeri: 820 birre in gara provenienti da 150 birrifici, per cui parliamo del 18% dei birrifici italiani che partecipano con in media poco più di 5 birre a testa.
Non sembrano grandissimi numeri, nonostante  ci siano circa 200 birre in più dello scorso anno.
I giudici quest'anno sono stati coordinati dal duo Kuaska - Flavio Boero, le cui abilità tecniche e gestionali avranno sicuramente contribuito a dare una certa piega alle sessioni di degustazione.
Le categorie in cui iscrivere le birre erano ben 26, invariate rispetto allo scorso anno. In realtà, con circa il +30% di birre presenti, qualche sforzo per distinguere certe categorie poteva essere fatto, dato che la giustificazione che si è data in passata per accorpamenti di stili non poco differenti tra loro era che le birre sarebbero state troppo poche nelle singole categorie. Mi riferisco soprattutto al caso della categoria n.17 dove le blanche devono vedersela con le belgian blond, ma anche alle categorie n.4 e n.5 che comprendono stili di ispirazione tedesca.
Per chi ancora non l'avesse visionata, ecco tutte le birre premiate ed annunciate via twitter da Cronache di Birra e Mondobirra.org, la cui "diretta" è stata fondamentale per chi voleva sapere qualcosa, in mancanza di comunicati ufficiali.
Come ormai provo cerco di fare annualmente, segue qualche commento.

lunedì 16 febbraio 2015

La Polonia che scommette sui propri luppoli
(...e che luppoli!)

I riflettori sulla Polonia si sono ormai accesi.
La curiosità stimolata da qualche beer hunter, le novità che girano sul web ed i (seppur frivoli) riconoscimenti di ratebeer che vedono primeggiare due birrifici polacchi tra i primi dieci nuovi birrifici emergenti stanno facendo ormai conoscere i nuovi fermenti di questa terra in buona parte del mondo birrario.
Per me questa è l'ennesima volta che mi tuffo in queste produzioni, avendo avuto la fortuna di andarci ed avendo un caro amico che facendo la spola tra la Puglia e Varsavia può portarmi qualche bella birra.
Fin qui tutto facile. Il problema è stato orientarsi nello scegliere che birre farmi portare, al netto della lingua e dei nomi dei birrifici.
Fortunatamente ho potuto contare sulla scrematura che il gestore del beer shop di Varsavia Piwomaniak, Pawel Kociel, fa ad ogni mia richiesta su stili e/o ingredienti desiderati. In più ho potuto contare su qualche dritta datami da tale Tomasz Kopyra, blogger e vlogger oltre che giudice BJCP, che tra recensioni e degustazioni sta tirando su un bel po' di interesse anche nella fredda Polonia.


Avendo già affrontato il campo delle baltic porter e dei grodziskie, di cui ho comunque comprato nuovamente altri esempi, stavolta mi sono limitato a sfruttare quello spazio riservatomi nella valigia altrui soddisfacendo un altro motivo di interesse, anch'esso potenziale punto di forza di questo Paese: i luppoli.
Le informazioni da ottenere a riguardo sono sempre complicate, nonostante siano i territori intorno a Lublin, Poznan ed Opole tra le regioni più importanti per questa coltivazione, e non solo in tempi recenti. Addirittura sul libro Progettare grandi birre si parla del Lubelski (detto anche proprio Lublin) come parente e discendente del Saaz, spiegando non fosse disponibile in occidente prima dell'apertura della Cortina di ferro.
Una sorta di elenco può essere quello fornito su Polish Hops, tra cui oltre al Lubelski ci sono le varietà Tomyski, Sybilla, Oktawia, Izabella, Pulawski, Marynka, Iunga, Magnat, in parte snocciolati qui in merito alle proprie caratteristiche e composizione di olii.
Come è facile intuire, si tratta di luppoli sostanzialmente simili a varietà ceche e slovene nonchè alle più recenti innovazioni tedesche, con tratti agrumati e terrosi vicini a quelli dei luppoli nobili più noti, ma con qualche marcia in più sull'intensità e sul ventaglio organolettico più spinto sul floreale, distante anni luce dallo sfarzo ai quali molti luppoli americani ci hanno abituati ultimamente.
Valeva la pena approfondire un po', mi sono detto, ed allora ho tentato la sorte con queste tre birre.

lunedì 9 febbraio 2015

Malatesta e Cavour, i nuovi birrifici di Lecce e Bitonto

L'allargamento della famiglia dei birrifici pugliesi non conosce freno, tant'è che se guardo alle spalle in questi mesi ho parlato quasi solo esclusivamente di nuove birre e/o birrifici.
Più che accumulare nomi nel tempo, vorrei provare ora ad aggiornare volta per volta la lista in base alle nuove aperture, per cui oggi parleremo di (solo) altri due birrifici.

Nell'ambiente sportivo è motivo di orgoglio per una cittadina avere più di una società a gareggiare in una categoria: con questa analogia potremmo gioire per le città di Bitonto e Lecce, dove i birrifici che producono sono ormai due.

Il primo birrificio, di recentissima apertura, è Malatesta e si presenta come birrificio della città di Lecce essendo ubicato a brevissima distanza dalle splendide vie barocche della città salentina.


Ho avuto modo di chiacchierare insieme a qualche birra con l'artefice del progetto che è Stefano Chironi, anch'egli reduce da quel campo formativo che è l'homebrewing, il quale ha voluto esordire con due birre alquanto diverse tra loro.
Ecco quanto ci dice Stefano:

Finalmente! Dopo due anni di sacrifici ed impegno, superando tutti gli ostacoli burocratici, Malatesta ha iniziato la sua produzione.
Forse la scelta di collocarlo all'interno della città, in zona residenziale e a due passi dal centro storico leccese, non ha facilitato le cose.
Il birrificio, per il momento, è composto da un impianto a tre tini da 10hl, due fermentatori da 25hl ed un tino di miscelazione.

lunedì 2 febbraio 2015

Prize Old Ale vs Thomas Hardy's

Quello di cui mi occupo oggi non è il racconto della birretta session bevuta l'altro giorno o della novità birraria del mese. Bensì è un raffronto tra due monumentali birre, messe una di fronte all'altra, che per storia e blasone vanno bevute almeno una volta nella vita.

Quando si parla di old ale si va automaticamente a scomodare questo binomio che risponde ai nomi di Thomas Hardy's e Prize Old Ale. Hanno entrambe storie travagliate ma le accomuna il fatto di rappresentare un mondo produttivo ormai accantonato. Eccezion fatta per il mondo dei lambic, non esiste quasi più quel processo del passato attraverso cui grandi quantità di birra molto alcolica venivano prodotte in inverno evitando contaminazioni dovute alle temperature miti, accantonate e stockate (stock ale) per poi prenderne una parte e blendarla durante i mesi estivi con birra giovane, dandole contemporaneamente freschezza e profondità, ottenendo soprattutto mild ale e porter. Quantitativo di cui, la parte rimasta non blendata e nel frattempo invecchiata, ossidata e trasformata dai batteri lattici presenti tra le doghe dei grossi barili in legno, sarebbe poi stata mandata in commercio con l'appellativo di old ale.
Spesso quando si parla di old ale si interpellano queste due birre ed una particolare fascia produttiva a sè, corrispondente alla seconda delle tre categorie descritte rispettivamente da Michael Jackson con i nomi di strong mild ale, dark strong bitter e strong ale, e successivamente da Martyn Cornell come Burton-style strong ale, dark strong ale e pale strong ale. Non è affatto facile orientarsi, ma proviamoci.
Le peculiarità della famiglia delle old ale, per come si presentava in passato, erano proprio la presenza di un carattere lattico (per nulla inusuale fino al secolo scorso, prima dell'avvento di tini d'acciaio e processi più controllati) dovuto sia a batteri lattici che a lieviti selvaggi presenti nel legno ospitante, a contorno di un carattere ricco di melassa e di un'impronta dolce di caramello mou che difficilmente andassero oltre il muro della stucchevolezza. A tutto ciò si va ad aggiungere quello che conferisce la lunga maturazione in legno nell'arco di un anno prima di finire in bottiglia: ossidazioni più o meno spinte, che poi proseguono ulteriormente in bottiglia negli anni di invecchiamento a venire.
Le maglie delle caratteristiche più meramente tecniche sono alquanto larghe, ma si riferiscono ad un grado alcolico elevato seppur non a doppia cifra. Il terreno di confronto è sempre quello dove competono anche i barley wine, tendenzialmente poco più alcolici e poco più luppolati, paragone a cui si ricorre nonostante entrambe le allusioni stilistiche risultano essere più spesso delle etichette moderne con cui cerchiamo di inscatolare archetipi di birre del passato, alludendo a sfumature produttive labili che variavano da un birrificio all'altro e da un decennio all'altro. Tutto ciò, però, nel presente e nelle nuove pagine di birra che si scrivono oggi assume comunque un utile connotato di demarcazione, di linea guida.